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Decreti troppo a maglie larghe mandano in crisi il Titolo V

Era del tutto prevedibile che, nell’ «ora più buia», come è stato detto, entrasse in crisi il Titolo V della Costituzione per la reciproca difficoltà, da parte dello Stato e delle Regioni, di condividere tante competenze legislative concorrenti. Così, di fronte ad una vera emergenza, tanto più si è diffusa l’asimmetria delle soluzioni e dei provvedimenti adottati su tutto il territorio nazionale, quanto più si è diffusa la pandemia tra i cittadini.

L’effetto di ciò? Da un lato, una babele di parole, alimentata pure da qualche eccesso di drammatizzazione comunicativa, talvolta pure poco istituzionale; e, dall’altro, appunto, una serie di conflitti tra il Governo e le Regioni, nonostante l’invito costituzionale a rispettare – vieppiù in una situazione simile – i principi di leale cooperazione, di proporzionalità e di sussidiarietà nel confronto reciproco.

I cittadini, inevitabilmente, sono entrati allora in un legittimo stato di smarrimento: scossi dalle ansie vere di un virus che, democraticamente, non fa sconti a nessuno; ma scossi pure da preoccupazioni indotte da provvedimenti sovrapposti ed incrociati in una gestione troppo conflittuale e, dunque, molto confusa.

Tre sono state, in sintesi, le aporie nella strategia al momento adottata contro la pandemia.

In primo luogo vi è stato un parziale aggiramento del Parlamento. Infatti, sotto la pressione dell’emergenza, c’è stato un eccesso da parte del Governo nell’uso della normativa secondaria rispetto alla fonte legislativa propria di queste situazioni, ossia il decreto legge. Si è evitato così – in Camere che, si licet, non hanno mai chiuso davvero i loro battenti – sia il controllo parlamentare (e quello del Capo dello Stato) sia il doveroso confronto tra le forze politiche che, di converso, «in attesa delle carte» da parte del Governo, hanno spinto taluno per reazione ad invocare – pur di riunirsi e discutere – la necessità di deliberare lo stato di guerra (al virus).

In secondo luogo, vi è stata, da parte del Governo, una strategia normativa lasca, troppo a maglie larghe. Infatti, pur dentro un gradualismo che ben si intende, il Governo ha lasciato i Presidenti delle Regioni – dapprima del Nord, poi di tutto il Paese – a adottare, non di rado da soli, spesso con “garibaldina” autonomia, normative più cogenti e restrittive; determinando così ulteriori problemi di comprensione da parte di cittadini e imprese, smarriti e incerti sul loro agire quotidiano in ragione di disposizioni spesso contrastanti, financo tra regioni o comuni contigui.

Per questo – ed è il terzo punto – oltre alla vincolatività delle norme progressivamente adottate, non è emersa finora una sufficiente idea di “missione collettiva” contro l’emergenza: l’autentico moltiplicatore sociale che, in casi come questi, rende i cittadini davvero consapevoli delle responsabilità che personalmente hanno, e che rende le norme concrete, via via “messe a terra”, chiaramente intellegibili ma pure positivamente tollerabili.

Siamo ancora in tempo.

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