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Decadenza, rischio indennizzi

I contribuenti che hanno aderito alla procedura di emersione confidando nella piena legittimità e validità di tale procedura potrebbero chiedere i danni allo stato per la violazione del principio di legittimo affidamento.

L’intenzione del legislatore (si vedano articoli a pag. 25) di non procedere con la conversione del decreto 4/2014 ma di far confluire le norme che disciplineranno l’emersione dei capitali illecitamente detenuti all’estero in uno o più disegni di legge (uno presentato dall’attuale maggioranza che sostiene il governo Renzi e un altro dall’opposizione), potrebbe portare a inserire nel corpo normativo, come più volte richiesto, il reato di autoriciclaggio (non contemplato in sede di emanazione dell’attuale dl) e tutta una serie di modifiche mirate alla riduzione dei costi, alla semplificazione della procedura (in primis l’applicazione di una aliquota fissa per la regolarizzazione dei cosiddetti «piccoli depositi») ai fini di rendere più appetibile la disclosure anche nell’ottica di una maggiore raccolta per le casse dell’Erario.

La mancata conversione in legge del decreto 4 porterebbe, però, con sé una ulteriore, e forse assai grave, conseguenza.

Che ne sarà di quei procedimenti per i quali i contribuenti hanno già presentato la richiesta di accesso alla procedura e, quindi, è già stato avviato il contraddittorio con l’Ucifi?

Come noto, con l’attuale quadro normativo, la collaborazione volontaria non è ammessa se la richiesta è presentata dopo che l’autore della violazione degli obblighi di monitoraggio abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, per violazione di norme tributarie, relativi alle attività da rimpatriare (la preclusione opera anche nelle ipotesi in cui la formale conoscenza delle cause ostative sia stata acquisita da soggetti solidalmente obbligati in via tributaria o da soggetti concorrenti nel reato).

Ed è proprio la paura di incorrere in questa preclusione che può aver indotto alcuni contribuenti (nelle more della conversione in legge del decreto) ad accelerare il procedimento e a presentare, anche rassicurati da quanto affermato dall’Agenzia delle entrate circa l’utilizzabilità dei modelli di domanda in pendenza di eventuali modifiche agli stessi, tutta la documentazione necessaria.

Questi contribuenti si troveranno, loro malgrado, nella paradossale situazione di aver attivato la procedura e quindi di aver fornito all’Agenzia delle entrate, così come richiesto dalla attuale modulistica, una serie di informazioni rilevanti che potrebbero essere utilizzate dal Fisco come innesco per una serie di attività accertative a carico del contribuente e dei soggetti, legati al contribuente, che vengono indicati nella domanda di ammissione.

Vi è, quindi, la assoluta necessità che, per effetto della decadenza del dl, nella «nuova versione» della voluntary disclosure sia individuata una soluzione normativa che tuteli pienamente il contribuente. In caso contrario prenderebbe forma una evidente lesione di principi cardine del nostro ordinamento quali la certezza e stabilità dei rapporti giuridici.

In virtù, infatti, della norma emanata dallo stato (e cioè il decreto legge che è una disposizione di legge a tutti gli effetti in vigore dal 29 gennaio 2014) si è consolidata nella sfera giuridica del cittadino la situazione di «vantaggio» prevista dalla norma stessa ed è maturato il legittimo convincimento circa la «spettanza» di quanto disciplinato dalla norma statale. L’eventuale attività di accertamento, innescato dai dati di cui l’amministrazione finanziaria è entrata in possesso a seguito della presentazione della domanda di ammissione alla procedura di disclosure, arrecherebbe un danno ingiusto ai contribuenti che hanno aderito alla procedura di emersione confidando nella piena legittimità di tale procedura.

Danno che potrebbe essere oggetto di risarcimento da parte dello stato in quanto risulterebbe violato il principio di legittimo affidamento che pur non negando in alcun modo, quanto meno in astratto, la possibilità dello stato di esercitare la propria potestà impositiva, consentirebbe, in ogni caso, ai contribuenti, di valutare la possibilità di proporre apposito ricorso giurisdizionale, ai fini dell’ottenimento del risarcimento del danno ingiusto cagionato, appunto, dal legittimo affidamento.

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