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Debito Usa, varco per il compromesso

WASHINGTON — Tagli di spesa in dieci anni per 2.500-3.000 miliardi di dollari, un terzo indicati subito, il resto nelle mani di una supercommissione parlamentare (qualcuno usa già l'espressione Supercongresso) incaricata di individuarli. E un aumento del tetto dell'indebitamento federale di 2.400 miliardi. Che verrà attuato in tre tappe, come preteso dai repubblicani, ma senza veri rischi di ulteriori interventi di blocco da parte del Parlamento, come chiede Barack Obama il quale non vuole trovarsi a rivivere tra sei mesi l'incubo che si è consumato a Washington, in questi ultimi giorni: la settimana più drammatica della storia politica americana, a detta di molti analisti. All'improvviso, nella convulsa trattativa su debito pubblico, si è aperta la strada per un compromesso dell'ultima ora. Ormai un'intesa di massima c'è, ma il varo della legge senza la quale da mercoledì il Tesoro federale non sarebbe più in grado di far fronte a tutti i suoi impegni — una questione che tiene col fiato sospeso l'America e i mercati finanziari di tutto il mondo — non è ancora scontato. In primo luogo perché l'accordo, che ieri sera è stato sottoscritto dal capo della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid, ha ancora aspetti non formalizzati. Reid aveva detto ai suoi di tenersi pronti a votare il provvedimento nella notte, ma poi tutto è slittato a oggi: i leader repubblicani hanno convocato una conference call coi loro parlamentari da tenere a tarda sera per valutare la situazione. Intanto gli emissari del Congresso e la Casa Bianca continuavano a negoziare freneticamente gli ultimi dettagli — assai controverso il capitolo dei tagli alla spesa militare — ma senza riuscire arrivare all'annuncio ufficiale prima della riapertura dei mercati asiatici. L'ultima battaglia combattuta domenica è stata quella sul «grilletto» : i tagli pressoché automatici che dovrebbero scattare qualora la supercommissione non dovesse trovare l'accordo nei tempi previsti. Il meccanismo proposto prevede tagli dolorosi alla spesa sociale (soprattutto «Medicare» , la sanità per gli anziani) e all'apparato militare: un deterrente — nelle intenzioni dei proponenti — per spingere i membri della commissione a trovare comunque un'intesa. Ma ieri sera alcuni repubblicani cercavano ancora di mettere le spese della difesa fuori dalla portata del «grilletto» , mentre i democratici provavano a salvare la sanità e a inserire qualche intervento di natura fiscale. Ma c'è anche un altro problema. Formalizzato il testo definitivo e se il Senato lo approverà stamani, partirà un'altra corsa contro il tempo: quella nell'altro ramo del Parlamento che dovrà ratificare le nuove norme prima della mezzanotte di martedì, se vorrà mettere il Paese al sicuro da ogni pericolo di «default» . E alla Camera, decisamente più rissosa e frammentata del Senato, raccogliere i consensi necessari sarà comunque problematico: certo, l'accordo «bipartisan» dovrebbe garantire ampi margini, ma il leader repubblicano John Boehner continua ad avere la spina nel fianco di decine di deputati radicali dei «Tea Party» , contrari a qualunque mediazione. E le cose sono complicate anche in casa democratica, coi parlamentari «liberal» in rivolta contro un compromesso che— dicono — non tassando di più i ricchi e togliendo solo ai poveri, in realtà è una capitolazione: la stessa capogruppo Nancy Pelosi, pur invitando alla calma, ammette che alla Camera i democratici potrebbero non appoggiare l'accordo. A Capitol Hill, sotto la cupola candida del Campidoglio, ieri si sono succeduti momenti di grande eccitazione e ore dominate da uno strano clima rarefatto: fuori una città semideserta in una domenica tropicale, con un sole abbacinante. Dentro il Senato al lavoro come in un qualunque giorno feriale, con votazioni «tattiche» sulla bozza presentata dal capogruppo progressista Harry Reid e, in aula, i botta e risposta in punta di fioretto tra il repubblicano John McCain e il rappresentante democratico dell'Illinois, Dick Durbin. Mentre al Senato si discuteva, in equilibrio tra sarcasmo e cortesia istituzionale, nell'altro lato dell'edificio, con la Camera convocata solo per pochi minuti, c'erano in giro pochi deputati. Ma le difficoltà dei democratici sono emerse subito con lo sfogo del rappresentante dell'Ohio Tim Ryan (da non confondere con Paul Ryan, leader «rigorista» del fronte repubblicano). Rappresentante di un distretto industriale in decadenza, di un ceto medio impoverito, si chiedeva: «Come posso presentare ai miei elettori una manovra che pesa solo su una classe lavoratrice già stremata, mentre non chiede nulla ai più abbienti?» . Poco dopo, alla trasmissione televisiva «Meet the Press» , una senatrice democratica del Missouri, Claire McCaskill, ha raccontato di aver passato l'intera giornata di sabato al telefono con decine di suoi elettori che gli chiedevano tutti la stessa cosa: «Trovate un compromesso coi repubblicani, ma non toccate le pensioni e la sanità per gli anziani» . Poi, in serata, le prime defezioni aperte di deputati democratici orientati a non votare per l'accordo, mentre il «caucus» dei congressisti neri ha addirittura invitato Obama a rimangiarselo. Sempre ieri a Washington, mentre al Senato veniva giocata anche una partita a scacchi procedurale con Reid che ha rimesso in votazione la sua vecchia bozza d'accordo solo per tenere aperto il binario sul quale far transitare il nuovo testo sul quale si sta negoziando, al Tesoro sono continuati i preparativi per il «contingency plan» : il piano d'emergenza da adottare sui mercati qualora il negoziato fallisse. Pagamento selettivo dei creditori del governo con priorità per le obbligazioni sul debito pubblico in modo da evitare (o posporre di qualche settimana) una dichiarazione d'insolvenza. Il governo federale aveva anche messo in programma aste di titoli di Stato per 42 miliardi di dollari da tenere nei prossimi giorni, ma il Tesoro potrebbe decidere di rinviarle, o addirittura cancellarle, se la crisi non si risolve. L'accordo, invece, allenterebbe la tensione sui mercati e renderebbe più remoto il «downgrading» del debito pubblico Usa. Molti pensano che, prima o poi (magari tra un anno), l'America sia destinata a perdere la sua «tripla A» . Ieri, nella sua rubrica televisiva, Fareed Zakaria ha detto che l'incertezza di questi giorni ha prodotto danni irreversibili alla cedibilità americana sui mercati. Ma tremila miliardi di tagli, fanno notare altri, sono più di quanto le agenzie di «rating» si aspettavano. Almeno per adesso, quindi, non solo Moody's (che ha già espresso un orientamento in questo senso) ma anche Standard &Poor's potrebbero restare alla finestra. Sempre che l'accordo venga siglato.

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