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Il debito di Roma e l’export di Berlino le debolezze d’Europa

Quando l’allora consigliere di Trump, Anthony Scaramucci, planò due anni fa su un Forum economico mondiale agghiacciato dalla nomina del populista in capo alla Casa Bianca, lui tranquillizzò tutti sussurrando: «Sarà il nuovo Ronald Reagan». Non è andata proprio così. Ma nell’edizione di Davos inaugurata ieri e disertata dal presidente americano causa shutdown (a proposito della capacità dei sovranisti di costruire “piani B” per uscire dalle loro mosse kamikaze), tra i top manager e i politici di tutto il mondo è cresciuta l’attesa per il discorso di Giuseppe Conte.
Il presidente del Consiglio è stato preceduto, però, dall’ombra lunga dello scorso autunno, quando l’Italia aveva deciso di sfidare l’Europa e i mercati sulla propria tenuta.
E’ stato questo il cuore del messaggio consegnato ieri dal Fmi al debutto di Davos. I mesi autunnali della contrapposizione con Bruxelles e delle turbolenze sui mercati si sono mangiati decimali di crescita e tonnellate di fiducia, ipotecando il futuro. Nel 2019 cresceremo solo dello 0,6%, esattamente come pronosticato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia, che secondo Luigi Di Maio, accidenti, «sbaglia tutto».
Lo spread è tuttora a livelli «troppo alti» secondo gli economisti di Christine Lagarde, e continua a minacciare un Paese con in debito sovrano e bancario troppo alto. Non bisogna mai dimenticare – e il Fondo certamente non lo fa – che si sta andando verso anni di tassi di interesse più alti che aggraveranno la pressione su banche, famiglie e imprese.
Una bomba ad orologeria, per un paese con una traiettoria a dir poco erratica, che si aggiunge alle mostruose incognite da Brexit disordinata.
E poi c’è il meraviglioso lapus di Giovanni Tria. Che da Bruxelles ha riecheggiato ieri sera le parole di Matteo Salvini, che poche ore prima si era scaraventato contro il Fmi. Solo che Tria ha detto due volte che era tutta colpa del “Fondo monetario italiano”.
Una crasi che dà conto dell’imbarazzo di un ministro che sa benissimo da dove vengono i guai, è stretto dai populisti di casa, ma sta tentando di scrollarsi di dosso quell’odioso “technocrat puppet”, “pupazzo tecnocratico”, che la bibbia degli avventori di Davos, il Financial Times, gli ha buttato addosso mesi fa. Piano piano il prof di economia – che arriva a Davos stasera – ci sta riuscendo, esattamente come Conte, che si è guadagnato nei giorni scorsi un «preferisco parlare con lui» da Angela Merkel, un riconoscimento di affidabilità rispetto agli arrembanti vice Di Maio e Salvini. I “technocrat” sono molto meno “puppet” rispetto all’autunno. Una buona notizia per l’economia.
Per la verità, anche Angela Merkel arriva a Davos acciaccata. Il suo discorso parlerà domani, poco prima di Conte – è talmente prevedibile che ieri due colleghi tedeschi in sala stampa si lanciavano addosso, sbellicandosi dal ridere, interi passaggi immaginari. Sarà sicuramente un discorso europeista, ma all’indomani delle tristissime riforme dell’eurozona varate a Bruxelles, la domanda è quanto siano credibili, ormai, i suoi slanci. Intanto, il Fmi ha rivisto le stime per la Germania in peggio addirittura di sei decimali, il peggior risultato in Europa.
Ma la differenza con l’Italia è che la caduta è dovuta non ad autoinflitti crolli di fiducia causa sfide con Bruxelles ma a un fattore congiunturale come l’adeguamento troppo lento dell’industria più importante, quella dell’auto, a nuove norme sulle emissioni.
Certo, anche in Germania esiste un danno autoinflitto: la sua incapacità di separarsi da un modello economico talmente basato sull’export che appena un partner importante tossisce, Berlino si prende una bronchite. E negli scorsi mesi non uno ma due destinatari privilegiati di beni tedeschi, Cina e Stati Uniti, si sono sfidati a suon di dazi.
La settimana scorsa il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha annunciato un nuovo, clamoroso surplus di bilancio: 11 miliardi nel 2018. Ma invece di fare quello che eserciti di economisti chiedono in ginocchio, investirli in infrastrutture o tagli delle tasse, Berlino continua, imperterrita, a tenerli in tasca per eventuali crisi dei profughi e a girarsi dall’altra parte quando qualcuno ricorda che gli americani hanno ridotto l’aliquota per le tasse mediamente al 26%, che quella britannica è al 17% mentre le imprese tedesche continuano a sborsare attorno al 31%. Una pessima notizia.
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