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Il debito pubblico vola al 134,8% La manovra parte in salita

Doccia fredda di Bankitalia sui conti pubblici a pochi giorni dalla pubblicazione della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef), attesa per venerdì. Mentre Draghi avverte: «L’Eurozona rallenta oltre le previsioni fatte in precedenza, l’Italia ha bisogno di riforme e l’Europa deve rivedere le regole di bilancio perché non hanno capacità anticicliche».
Secondo Bankitalia il debito pubblico nel 2015-2018 è risultato più alto di quanto è stato fino ad oggi valutato, in particolare per il 2018, rispetto al precedente consuntivo, si è verificato un “balzo” di 2,6 punti percentuali: dal 132,2 per cento del Pil si è passati al 134,8, in pratica 58,3 miliardi in più.
Via Nazionale non ha fatto altro che ricomputare l’entità del debito sulla base delle nuove metodologie dell’Eurostat, l’ufficio di statistica della Commissione europea, che il 2 agosto scorso ha deciso che con la trasformazione in spa della Cassa depositi del 2003, e il passaggio del controllo al Tesoro, i Buoni postali fruttiferi (Bpf) emessi dal gigante creditizio devono essere trasferiti contabilmente al debito pubblico. Di conseguenza le istruzioni di Eurostat, che valgono per tutti i Paesi, impongono che gli interessi dei Bpf trentennali peseranno sul debito man mano che verranno a maturazione e non a fine corsa, al pagamento, nel 2031. Il ricalcolo ci costa 58,3 miliardi e soprattutto, osserva l’economista Carlo Cottarelli «ci sarà un effetto anche per il 2019 e per il 2020 pari più o meno ad un paio di punti di appesantimento del rapporto debito Pil».
Il Tesoro ieri, in una nota, si è limitato a parlare di una revisione «puramente statistica» e conta sul fatto che dal 2020 la discesa del debito potrà essere «più rapida». Tuttavia la sortita di Eurostat-Bankitalia costringerà a rivedere i conti della Nadef in zona Cesarini. Il percorso di riduzione del debito pubblico si farà più ripido e di conseguenza si dovrà agire con maggior vigore sull’aumento dell’avanzo primario o sulla politica di privatizzazioni alla quale già quest’anno mancano all’appello 18 miliardi.
A rendere ancora più scivoloso il cammino verso la realizzazione del quadro dei conti pubblici che farà da guida alla legge di Bilancio del 2020 sono arrivate anche le revisioni dell’Istat su Pil e deficit-Pil del biennio 2017-2018. Non si tratta di buone notizie perché mentre il Pil del 2017 di Padoan regge alla prova della revisione e conferma il +1,7 per cento, il 2018 di Tria cede un decimale e scende dallo 0,9 allo 0,8 per cento: la conseguenza, non clamorosa, si sentirà con effetto domino sulla chiusura dei conti di quest’anno che già viaggia a quota zero. Contribuisce al quadro negativo anche il deficit- Pil del 2018 che, invece di chiudersi con un 2,1 per cento, si chiude con un 2,2 per cento, decimali ma che non sono indifferenti.
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