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Debito Pubblico L’autarchia è diventata un rischio

Sempre più grande, ma anche meglio gestito. Il debito pubblico italiano ha toccato quota 2.120 miliardi di euro in marzo, ma la sua evoluzione negli ultimi due anni fa ben sperare sulla sua gestione futura. Non sono però poche le incognite, che potrebbero presentarsi all’improvviso. E non aiuta la tendenza autarchica che è diventata la norma dal luglio 2011 a oggi. 
Spread
Lo spread a quota 575 punti base pare essere un lontano ricordo. Il differenziale di rendimento fra i Btp decennali e i corrispettivi tedeschi di pari entità veleggia intorno ai 150/160 punti base da settimane e i tassi d’interesse promessi nelle aste primarie del Tesoro sono ai minimi dall’introduzione dell’euro. Eppure il percorso verso una piena sostenibilità del debito resta difficile. A metterci una pezza ci ha pensato Maria Cannata, direttore del Dipartimento del debito pubblico del ministero delle Finanze. Nel periodo più nero per l’Italia, fra l’estate 2011 e la primavera 2012, venne studiata una strategia che poi si è rivelata vincente. L’obiettivo era quello di procrastinare il pagamento degli interessi passivi sul debito, che nelle previsioni del Tesoro avrebbero superato quota 110 miliardi di euro nel 2014. Quindi, via libera alle emissioni a lungo e lunghissimo periodo, con una maturity superiore ai 10 anni. Da un lato si sono potuti tranquillizzare gli investitori internazionali tramite il riscadenzamento, prova di forza da parte del ministero delle Finanze capace di garantire sulla tenuta dell’Italia. Dall’altro si è potuto prendere tempo mentre la politica faceva il suo corso, nel tentativo di adottare le riforme strutturali necessarie per uscire dalla fase più acuta della crisi. La parte peggiore della crisi è stata superata senza troppi intoppi: nessun’asta cancellata, nessun’asta deserta. E lentamente si è giunti al quadro odierno.
Crescita
Sullo sfondo però rimangono l’enorme mole di debito, in crescita sia in valori assoluti sia relativi al Pil, e diversi nodi da sciogliere. Il primo riguarda le emissioni nella seconda parte del 2014. Rimangono ancora 112,9 miliardi di euro da collocare, a fronte dei 227 miliardi previsti per l’intero anno. Secondo l’ultima analisi di Bank of America-Merrill Lynch sull’economia italiana, potrebbero esserci nuove turbolenze nel secondo semestre, complice l’assottigliamento del Quantitative Easing (Qe) da parte della Federal Reserve e la conclusione dell’Asset Quality Review (Aqr) da parte della Banca centrale europea. Una pressione, quella sul mercato obbligazionario, che potrebbe pesare in modo significativo sulle banche italiane, per via della grande quantità di titoli di Stato in portafoglio. In altre parole, un altro problema per il sistema bancario del Paese.
La condizione è però destinata a migliorare. Il prossimo anno ci sarà una redemption di circa 210 miliardi di euro, secondo le stime della banca statunitense. Calano i quantitativi, non muta la strategia del dipartimento guidato dalla Cannata.
Tendenze
Il secondo nodo riguarda proprio gli istituti di credito italiani e la loro attitudine all’acquisto di titoli di Stato. In marzo l’ammontare di bond governativi italiani detenuti dalle banche domestiche è stato infatti pari a 395 miliardi di euro, in costante aumento rispetto al maggio 2011, quando si era intorno a 270 miliardi. Se però si aggiungono tutti gli operatori finanziari domestici, il volume sale fino a sfiorare quota 500 miliardi di euro.
Ancora, se si guarda al mondo degli investitori retail , la massa detenuta è di circa 220 miliardi di euro. E il totale in mani italiane arriva a 720 miliardi di euro. Gli operatori non residenti, di contro, hanno in pancia poco meno di 650 miliardi di euro in titoli di Stato, assai meno dei 735 miliardi di tre anni fa. Come ricorda Lombard Street Research «occorre che gli esteri ricomincino a comprare titoli italiani come nel 2009 o nel 2010, in quanto le banche del Paese potrebbero non aver più la forza per sostenere il Tesoro come fatto finora». Colpa dell’Aqr e del continuo deleveraging a cui sono costrette. Stesso concetto fatto notare da Morgan Stanley. «Il supporto degli investitori stranieri sarà fondamentale per i prossimi anni», ha scritto la banca americana nel suo rapporto periodico sull’Italia.
Infine il terzo nodo, legato ai primi due. Proprio a causa dei rendimenti ai minimi storici, gli investitori esteri hanno meno incentivi a comprare i Btp e i Bot italiani. Per loro, meglio puntare su Paesi capaci di garantire dei ritorni maggiori, come Irlanda, Portogallo e Grecia, nazioni uscite dai bailout avvenuti nella zona euro fra il 2010 e il 2012. Certo, rispetto all’apice delle turbolenze intorno all’Italia, la quota di investitori stranieri è aumentata, ma non abbastanza. Per ora la Cannata continua a ribadire che l’appeal dei titoli italiani all’estero non è in discussione. I pericoli, specie legati a shock esogeni capaci di ridurre la domanda di bond italiani, sono dietro l’angolo.
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