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Il debito pubblico aumenta sempre

C’è un convitato di pietra, al tavolo del governo, nei vertici Renzi-Padoan, negli incontri dei consulenti economici di palazzo Chigi: il debito pubblico. Nonostante l’ultimo dato della Banca d’Italia lo fissi a 2.228,7 miliardi di euro, dunque a cifra mai raggiunta prima, la più solenne indifferenza continua a qualificare la linea dell’esecutivo. Anche in sede europea e mondiale, come nel G7. A Renzi è sempre importata e bastata l’ormai mitica flessibilità. Lanciata quella parolina, ne ha fatto un cavallo di battaglia ed è felice quando può asserire di aver piegato il continente alle proprie esigenze. A ridurre il debito non ha mai pensato, rinviando sempre a futuri esercizi qualsiasi (timida, timidissima) diminuzione percentuale. Gli interessa, anzi, garantirsi nuove possibilità di spesa pubblica, qualche margine percentuale in più, la disponibilità, pronta cassa o quasi, di una decina almeno di miliardi supplettivi. Dopo di che, può dilettarsi nell’annunciare lavori e spese, cantieri e teorici, molto teorici, effetti moltiplicatori di ricchezza.

L’unica certezza è la crescita del debito, che, di questo passo, continuerà a essere saldato con altro debito o con incremento del peso fiscale. Non c’è altra soluzione, perché nemmeno la si cerca. A Renzi, come del resto a tutti i politici, importano soltanto soluzioni a breve, meglio se brevissimo termine, così da appagare, con un po’ di propaganda, richieste e pressioni territoriali, di categoria, di segmenti elettorali.

Alle grandi risposte, alle vere riforme, alle prospettive dirette oltre l’immediato, oltre la campagna elettorale momentaneamente in corso, non intende nemmeno pensare. Eppure le cifre, largamente superiori al vertiginoso tetto dei duemila miliardi di euro e di quando in quando segnalanti un nuovo primato negativo di debito, dovrebbero indurre almeno a una riflessione. Poiché non si riflette, l’eredità sarà come quella degli anni ottanta e poi novanta: un debito dilatato, il ricorso a forme iugulatorie d’incremento tributario (sul modello dell’imposizione immobiliare a gogò ideata dal governo Monti), la necessità di tagli. Solo che i tagli alla spesa, in forma permanente e non episodica, non si vedono.

Similmente, non si decide mai di assalire il debito, trovando misure che l’intacchino. Devono essere misure pensate in grande, posto che immenso è il debito. Viceversa si guarda al contingente, senza curarsi dei mercati che potrebbero inalberarsi come nel 2011. Renzi ama sfoggiare sferzanti battute, dare annunci di rottura col passato, appagarsi di promesse tanto mirabolanti quanto vacue, come quelle europee sui migranti. Se c’è un settore nel quale non solo non può vantare alcuna rottamazione, ma ha marmorizzato situazioni negative già consolidate, è proprio quello del debito pubblico.

Marco Bertoncini

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