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Debito mondiale a 100mila miliardi

Centomila miliardi di dollari, un record. I titoli di debito mondiali hanno raggiunto a metà del 2013, secondo i dati diffusi domenica dalla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea nella sua Rassegna trimestrale di marzo, un livello superiore del 43% ai 70mila miliardi di fine 2007, appena prima dell’esplosione della Grande recessione.
Il record è stato raggiunto in gran parte a causa dell’incremento dell’indebitamento pubblico (nazionale e locale), «cosa non sorprendente – notano gli economisti della Bri – tenuto conto della notevole espansione delle spese dei governi negli ultimi anni». Le emissioni sui mercati interni hanno raggiunto i 43mila miliardi, con un incremento dell’80%. Allo stesso ritmo – partendo però da livelli inferiori – sono comunque aumentate anche le emissioni delle imprese non finanziarie, che hanno superato i 10mila miliardi: è possibile che il ricorso diretto al mercato abbia in parte sostituito il finanziamento attraverso le banche, più difficile e più costoso. Il settore finanziario ha invece continuato il deleveraging, la riduzione di debiti e crediti, che ha portato a un aumento rallentato delle emissioni: solo il +19% dal 2007.
I risparmiatori nazionali hanno sottoscritto una quantità crescente di questi titoli. Gli investitori internazionali posseggono oggi 27mila miliardi di titoli tra riserve e investimenti di portafoglio, e la quota sul totale è quindi scesa dal 29% del 2007 fino al 26% di fine 2012. Nel 2001 era al 21%. Ha subìto in modo particolare questa “disaffezione” degli investitori esteri la zona euro: le quantità da loro possedute sono scese dal record del 57% del 2006 fino al 47 per cento. Non diverso è stato il destino della Gran Bretagna. «Questo suggerisce – spiega la Bri – che la maggior parte dei nuovi debiti emessi sui mercati da residenti della Uem e della Gb sono stati assorbiti da investitori nazionali». È invece aumentata, e di molto, la quota degli stranieri tra i possessori di debito degli Usa e dei paesi Emergenti, per i quali la quota è quasi raddoppiata dal 2008 al 2012 al 12 per cento.
Sono calati, contemporaneamente e per cause analoghe, anche i finanziamenti bancari “oltre frontiera”, crossborder: sono passate dai 22.700 miliardi del 2008 ai 17mila miliardi di fine settembre 2013. Anche in questo caso il fenomeno è stato evidente in Eurolandia, dove la flessione – 2.600 miliardi di dollari in valore assoluto – ha raggiunto il 31%; ma ha interessato pesantemente anche la Svizzera (-42%), la Gran Bretagna (-35%, per 1.700 miliardi) e in parte gli Stati Uniti (-16%).
I singoli paesi di Eurolandia sono stati colpiti in modo differenziato dal fenomeno. Alcuni paesi hanno visto decrescere sia finanziamenti che crediti concessi oltrefrontiera, per cui la loro posizione netta con l’estero è rimasta invariata: Belgio, Francia, Olanda. I Paesi periferici – Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna – hanno visto calare i finanziamenti (per un totale di 1.200 miliardi) degli stranieri, sostituiti dall’Eurosistema (Bce e banche centrali nazionali), meno i crediti da loro concessi all’estero.
La Germania ha visto infine calare i crediti concessi all’estero, mentre i finanziamenti ottenuti hanno seguito un andamento piuttosto altalenante (ma in calo, di nuovo, nell’ultima fase della crisi). Sono infine aumentati i crediti della Bundesbank verso l’Eurosistema.
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