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«Il debito? L’Italia può ridurlo aumentando la produttività»

Gian Maria Milesi-Ferretti, vicedirettore della Ricerca del Fondo monetario internazionale, da anni letteralmente redige il cuore del «World Economic Outlook» in quanto numero due della capo economista Gita Gopinath. Quello pubblicato ieri è il suo ultimo: l’economista italiano ha annunciato ieri che lascia il Fmi per un nuovo incarico.

Per quest’anno e nelle proiezioni sul 2021 e sul 2015 c’è una relativa perdita di terreno dell’area euro sugli Stati Uniti e sulla Cina. A cosa è dovuta?

«Senz’altro c’è una dicotomia forte della Cina sul resto del mondo quest’anno e il prossimo. La ragione principale è che la Cina ha contenuto meglio la pandemia. In febbraio e marzo ha limitato all’area di Wuhan le restrizioni più importanti, eppure ha avuto solo 85 mila casi ufficiali di contagio su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Non so se la stima sia perfetta, ma in ogni caso si tratta di un’incidenza molto minore rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. Questo ha permesso ai cinesi di evitare una contrazione sul complesso del 2020, anche senza imprimere un forte stimolo all’economia come il governo di Pechino fece nel 2008 e 2009».

È solo questo o c’è altro?

«La Cina beneficia anche di un aumento della domanda delle proprie esportazioni: sia nelle tecnologie, che nei prodotti farmaceutici e nei dispositivi di protezione personale come mascherine e tute. Inoltre, ha visto un aumento della domanda per i propri prodotti nel resto del mondo quando in aprile e maggio altri sistemi produttivi erano bloccati dalla pandemia».

L’Europa però sembra subire una recessione più profonda anche rispetto agli Stati Uniti. Perché?

«Nelle proiezioni di medio periodo, non ci sono grandi differenze rispetto ai trend di prima della crisi. Quest’anno e il prossimo invece vediamo alcuni fattori importanti che pesano in particolare per la zona euro: l’economia europea è più caratterizzata da una parte di attività di servizi in cui il contatto personale è importante. Il turismo, soprattutto. Senza l’impatto più che proporzionale dei Paesi più esposti — Spagna, Grecia, Portogallo, Italia — la differenza fra area euro e Stati Uniti sarebbe stata minore. Dal lato americano poi non va dimenticato che tutta l’industria delle tecnologie è andata molto bene, come si vede dalle valutazioni dei mercati azionari, mentre l’intensità del lockdown è stata minore».

Per l’Italia il Fondo vede in prospettiva un ritorno alle tendenze pre crisi di crescita molto lenta, con il dato più debole dell’area euro nel 2025. Dubitate dell’impatto positivo del Recovery Fund?

L’industria

Nel mese di agosto vediamo sull’Italia un andamento della produzione industriale migliore del previsto

«Un aspetto da ricordare è che in agosto vediamo sull’Italia un andamento della produzione industriale migliore del previsto. Dovremo vedere cosa succede con Covid-19 e le misure di contenimento. Mi auguro che la situazione resti sotto controllo».

Ma in una prospettiva più lunga?

«Va premesso che l’incertezza nelle previsioni sul medio periodo è altissima. Per ora nelle nostre proiezioni abbiamo un tasso di crescita che torna più o meno ai livelli pre-crisi al 2025, mentre nei prossimi anni si tiene a livelli più alti per colmare parte della perdita del 2020. Ma non abbastanza da colmare il divario accumulato rispetto a uno scenario senza pandemia. La speranza è che, anche con l’aiuto del Recovery Fund, le riforme permettano di avere un tasso più adeguato di crescita della produttività e una dinamica più favorevole del reddito. Come dice il governatore Ignazio Visco, speriamo che la risposta a livello europeo e la politica economica portino a un salto di qualità».

Sul debito pubblico le vostre previsioni sono più guardinghe di quelle del governo. Ma oggi che tanta parte del debito è comprato e detenuto dalle banche centrali, quel dato ha ancora il significato di prima?

«Questo per tanti versi è un mondo nuovo. All’inizio dell’anno non avremmo immaginato l’attuale livello di debito nei Paesi avanzati, ma è il risultato della caduta del prodotto e di una risposta correttamente aggressiva all’emergenza da parte dei governi. I numeri del debito salgono in modo notevole, eppure vediamo rendimenti dei titoli italiani a dieci anni sotto i 70 punti base (0,7%, ndr). I più bassi di sempre».

Davvero il peso dell’esposizione del settore pubblico è diventato irrilevante?

«La parte essenziale è la dinamica del denominatore, cioè le dimensioni e il ritmo di espansione dell’economia che deve sostenere quel debito pubblico. Come dico, va recuperato un tasso di crescita della produttività più adeguato. Questo permetterebbe di controllare meglio anche le dinamiche della finanza pubblica. L’altra componente essenziale riguarda l’impatto del bilancio pubblico nel rafforzare il lato dell’offerta. Non solo tramite la spesa in infrastrutture; è fondamentale anche un investimento nell’educazione che dia frutti su orizzonti più lunghi. Lo stesso riguarda anche il settore di ricerca e sviluppo. Bisogna spendere in modo oculato con l’obiettivo di aumentare la produttività».

La dicotomia

C’è una dicotomia forte della Cina sul resto del mondo quest’anno e il prossimo. La Cina ha contenuto meglio l’impatto della pandemia

Il Fondo monetario dedica molta attenzione anche alla transizione ambientale. Cosa raccomandate?

«Quando si riducono le emissioni, bisogna pensare all’impatto sull’occupazione e a un aumento dei costi dell’energia che si può scaricare sulle persone meno abbienti. Questi gruppi andrebbero compensati, magari con parte dei proventi di un prelievo sulle emissioni di CO2. Ma la transizione energetica può creare anche tanti posti di lavoro. Pensiamo agli investimenti in fonti rinnovabili, o alla riconversione edilizia per ridurre i consumi energetici».

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