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Prima il debito, poi la crescita

«Le vicende di mercato di questi ultimi giorni e ore come la risalita dello spread ci ricordano in modo sgarbato come un Paese con un alto debito non possa permettersi di non continuare ad adoperarsi per la sua discesa». Il contrordine del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è giunto nel corso della conferenza stampa all’Agenzia del Demanio che ha inteso presentare i risultati 2016 e le prospettive per il 2017.

Paradossalmente la «crescita», che era divenuta la parola d’ordine del governo di Matteo Renzi, non compare più nel primo governo di Paolo Gentiloni pur essendo insediato in via XX Settembre lo stesso ministro dell’Economia. Al suo posto torna il rigore, con la necessaria riduzione del debito pubblico imposta dai partner europei e permessa dal cambio di marcia impresso il 4 dicembre con il conseguente ritorno dello spread. Il potere contrattuale dell’Italia in Europa si è pressocché annullato con il rifiuto delle riforme da parte degli italiani. Dunque, l’obiettivo della riduzione del debito pubblico, ridiventa immediatamente «centrale per la strategia del Governo», ammette Padoan. Un’operazione complicata. «Per molti anni si è alimentata l’idea che un patrimonio ingente potesse essere immediatamente usato per abbattere in modo rilevante il debito. Ma solo una frazione di patrimonio è disponibile per alienazione e», sottolinea il ministro, «in ogni caso è necessario effettuare investimenti pubblici che sono un elemento che il governo cerca di sostenere a tutto campo nella funzione di motore di crescita». Peccato che per ridurre il debito pubblico lo Stato italiano debba innanzitutto investire nel suo patrimonio. In particolare, per gli immobili pubblici da vendere «bisogna fare bonifiche, mettere a norma gli impianti ed evitare che la cessione avvenga a un valore non congruo». Insomma il patrimonio è un elemento che solo nel lungo periodo è un asset «mentre nel breve c’è il rischio che non sia utilizzato e finisca per essere un aggravio». Così il ritorno delle politiche del rigore appare inevitabile. «Il governo rimane fortemente impegnato in una politica di riforme strutturali», ha continuato Padoan. «Abbiamo quattro obiettivi: risparmi per ridurre la spesa, alienazioni di immobili per ridurre il debito, efficientamento nella gestione degli asset pubblici», Solo all’ultimo posto, adesso, padona pone «la crescita». Come quarto obiettivo, appunto. Intanto, però, l’allargamento dello spread Btp/Bund ieri è sembrato arrestarsi. Il differenziale ha archiviato la seduta in contrazione sotto i 200 punti base. I timori politici restano però ben presenti ed il decennale italiano, così come quello francese, rimane sotto la lente. Insieme all’altro osservato speciale del mercato: la Grecia. «A differenza di sei anni fa quando toccò a me, questa volta per la verità anche gli altri spread europei si sono alzati, anche quello della Germania. Ora penso che la situazione sia molto più sicura, solida e stabile di un tempo», ha spiegato Mario Monti. Per il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, si prepara la strada dell’aumento della pressione fiscale. Il dibattito sull’euro dopo gli interventi di Marine Le Pen e Mario Draghi si infiamma anche in Italia. La Lega Nord ha sfidato Padoan e il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda a un ”duello” pubblico sull’euro. A lanciare il guanto sono stati Matteo Salvini e il responsabile economico del Carroccio Claudio Borghi Aquilini. Calenda aveva affermato che il manuale leghista per l’uscita dall’euro «è comico».

Franco Adriano

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