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Debito in eccesso, cura eurobond

Ristrutturare il debito pubblico di uno Stato dell’Eurozona, si può: è stato fatto per Irlanda, Portogallo e per la Grecia in più occasioni. Ridurre lo stock del debito che uno Stato ha contratto con gli altri Stati dell’Eurozona, il famoso haircut che Alex Tsipras chiede da mesi ai partners europei, finora non è mai stato fatto, sarebbe un precedente grave con implicazioni profonde e idealmente andrebbe gestito con la simultanea nascita dei titoli di Stato europei e un’unione fiscale. Il problema del debito pubblico in eccesso nell’Eurozona, che c’è e grava non soltanto sulla Grecia, va risolto collettivamente e non caso per caso, con figli e figliastri. 
Il taglio del debito pubblico implica una perdita per i creditori cosiddetti “official” e quindi per i contribuenti degli Stati nazionali. Ha un costo politico molto alto perché costringe i governi a tagliare il debito in via definitiva, accollandosi una perdita sui conti pubblici. Un altro problema dell’haircut è l’effetto-domino che può avere da uno Stato all’altro, tra Paesi che sono sotto programma di aiuti. Se la Grecia dovesse spuntare un haircut sul debito con i creditori EFSF/ESM, anche Portogallo e Irlanda potrebbero impuntarsi e richiedere lo stesso trattamento di favore: ieri un ministro irlandese ha dichiarato che qualsiasi concessione verrà fatta alla Grecia verrà richiesta dall’Irlanda, per assicurare un pari trattamento tra Stati, cittadini e piani di austerity.
Per Tsipras, il taglio del debito pubblico come pre-condizione per firmare un nuovo Protocollo d’Intesa (MoU- Memorandum of Understanding) era auspicabile, perché a cascata riduceva lo sforzo della stretta di bilancio, dei target di deficit, avanzo primario e debito/Pil. Ma proprio per questo stesso motivo, la posizione dei creditori official finora è stata contraria:?prima di tutto Atene deve impegnarsi sui tagli di spesa improduttiva e sulle riforme strutturali, e solo in seguito si potrà decidere come intervenire sul debito pubblico.
A ben vedere i benefici portati da una ristrutturazione del debito pubblico non vanno sottovalutati, non sono minori. Nel caso della Grecia, per esempio il risparmio sulla spesa per interessi sul debito nel secondo pacchetto di aiuti e dopo la rimodulazione dei termini è stato notevole: l’EFSF ha calcolato che il suo sostegno finanziario a tassi stracciati e scadenze extra lunghe alla Grecia ha già comportato 8,6 miliardi risparmi nel 2013 (4,7% di Pil) e 7,9 nel 2014 (4,4% di Pil). La Grecia ha già tagliato lo stock del suo debito per 100 miliardi circa, richiedendo ai creditori privati una perdita tra il 53% e il 70 % . La stessa rimodulazione del debito (allungamento delle scadenze, periodo di grazia di 10 anni di non pagamento di interessi) equivale per i creditori ufficiali a una perdita non in conto capitale ma sul valore di mercato dei prestiti stessi.
In attesa dei dettagli sulla nuova richiesta di aiuti all’ESM, che sarà presentata oggi dalla Grecia, gli Stati dell’Eurozona più che su Atene dovrebbero concentrarsi sulla soluzione del problema del debito di tutti gli Stati, non soltanto quello greco, che hanno un rapporto debito/Pil oltre il 60% e prospettive di crescita grama: lo Stato federale e gli eurobond. Travis Shaw, analista dell’agenzia di rating canadese DBRS, spiega che nella valutazione dello standing creditizio delle 10 province canadesi non si tiene conto del sostegno implicito dello Stato federale che non subentra nel caso di problemi di insolvenza a livello locale (l’unico default risale al 1936 della Province of Alberta).Tuttavia gli Stati federali si reggono sul principio della perequazione: in Canada i trasferimenti dallo Stato centrale alle amministrazioni provinciali spaziano dal 15% al 40% delle entrate tributarie delle province. Fergus McCormick, responsabile rating sovrani di DBRS, sottolinea come nell’Eurozona il problema del debito pubblico dei 19 può essere affrontato sia con le emissioni di titoli di debito europeo sia con maggiore flessibilità sul tetto del 60% di debito/Pil, ma aggiunge «questi cambiamenti potranno essere introdotti solo in un contesto di impegno politico più forte a favore della moneta unica».

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