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Debito e riforme, arrivano i voti di Standard & Poor’s

Che cosa hanno in comune Italia, Burkina Faso, Irlanda, Oman e Arabia Saudita? Una parola: Standard & Poor’s. E una data: oggi. A mercati chiusi l’agenzia di rating aggiorna i giudizi sul debito di questi cinque Paesi. Due settimane fa era toccato alla virtuosissima Svizzera, tra pochi giorni sarà il turno della più esotica Capo Verde. E via dicendo, nel fitto calendario dei voti dell’agenzia al debito sovrano. 
A proposito di calendario, difficile dimenticare – per i piccoli risparmiatori e i grandi investitori in Btp – il «brivido freddo» che attraversò i portafogli d’Italia poco più di tre anni fa. Quando Standard & Poor’s aggiornò la pagella sul debito italiano. Allora, in una giornata di fine maggio, l’agenzia di rating lasciò inalterato il voto al debito pubblico tricolore a lungo termine, ad A+, ma abbassò l’«outlook» (la visione in prospettiva) da stabile a negativo. In altre parole, la mossa sanciva la probabilità (al 33%) che entro 24 mesi anche il giudizio A+ sarebbe potuto scendere. E così fu, di bocciatura in bocciatura, fino al BBB con «outlook» negativo deciso nell’ultima «stroncatura» del luglio del 2013.
E oggi? Difficile fare previsioni, ma non per tutti. Le agenzie hanno l’obbligo di comunicare la decisione all’emittente 24 ore prima di renderla pubblica. Quindi al Tesoro, quindi ieri. Altrove, fuori dalle mura del dicastero di via XX Settembre, non restano che i pronostici. Intanto ieri i mercati sono stati assorbiti dalle parole del presidente della Bce Mario Draghi sui nuovi stimoli monetari, più che dalle elucubrazioni sulle possibili mosse di oggi di Standard & Poor’s.
Quel che sembra certo, però, è che anche stavolta – come tre anni fa – il protagonista sia l’«outlook». Adesso è negativo, quindi o non cambia nulla o le ipotesi sono sostanzialmente due: le prospettive al ribasso portano a un nuovo declassamento del rating vero e proprio, al BBB- ultimo gradino della classe «investment grade»; oppure – per la prima volta da diversi anni – la pagella viene rivista al rialzo e l’«outlook» sale a «stabile». Nel 2011 Standard & Poor’s aveva abbassato l’«outlook» e definito «deboli le attuali prospettive di crescita dell’Italia», a causa di una «mancanza di impegno politico nella deregolamentazione del mercato del lavoro e nell’introduzione di riforme per aumentare la produttività». E ancora: «Il potenziale stallo politico – sosteneva l’agenzia – potrebbe contribuire ad uno slittamento delle riforme fiscali». Due volte la parola «politica».
Poi, in quell’estate del 2011, all’estero esplosero le maxi vendite di Btp e lo spread Btp-Bund schizzò a novembre sopra quota 500 punti. Quindi, sempre a novembre, il governo Berlusconi lasciò il posto a Mario Monti, che a sua volta cedette il passo a Enrico Letta, fino all’arrivo di Matteo Renzi. Nel frattempo, a Francoforte Draghi apriva i cordoni di un consistente allentamento monetario. Oggi lo spread vale meno di un terzo dei massimi del novembre 2011 e il partito di maggioranza, alle elezioni europee, ha appena sfondato il tetto del 40%, come non succedeva da decenni per nessun movimento politico. Ma il debito in questi anni è salito fino al 133% del Pil, la disoccupazione ha sfondato quota 12% e il reddito è sceso. Tra pro e contro, il giudizio di Standard & Poor’s resta aperto. Almeno fino a oggi.
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