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Debito & Crisi Un conto da 57 mila miliardi

Nei sette anni della grande crisi, deflagrata nel 2008, il debito globale dei 47 principali Paesi al mondo non è diminuito. Anzi, secondo uno studio messo a punto a McKinsey, Debt and (not much) deleveraging , il debito complessivo, comprendendo cioè il settore pubblico e il privato, è aumentato di 57 mila miliardi di dollari, il 17 per cento in più in rapporto al Pil complessivo dei 47 paesi analizzati. 
Crescite
L’Italia, dodicesima debitrice mondiale – primo in classifica continua a essere il Giappone -, ha raggiunto un rapporto (pubblico+privato) pari al 259 per cento del Pil, con un peggioramento rispetto all’inizio della crisi del 55 per cento. Un incremento dovuto principalmente al settore pubblico, cresciuto del 47 per cento, al 3 per cento di incremento delle imprese e al 5 per cento delle famiglie. Detto che, secondo alcuni, il livello di indebitamento non è un problema, visto che si può perpetuamente rinegoziare, è indubbio che un elevato livello di indebitamento rende particolarmente vulnerabili i sistemi economici e quindi, conseguentemente, le imprese e i Paesi. Ridurre la leva del debito è quindi, secondo i più, un obiettivo da perseguire, ma per farlo il sentiero è particolarmente stretto.
Priorità
«Un aggiustamento fiscale – dice Silvio Angius, partner di McKinsey – è fondamentale. Perché il debito italiano inizi a decrescere, visto che la previsione di crescita del Pil da qui al 2019 è mediamente dello 0,9 per cento, servirebbe una crescita addizionale dell’1,4 per cento, che può concretizzarsi solo con una ripartenza dell’economia reale. Per questo sarà necessario un adeguato sostegno finanziario alla crescita delle aziende attraverso il credito, bancario e non bancario».
Il nodo è proprio il credito non bancario. Le istituzioni finanziarie nel periodo della crisi hanno infatti ridotto il livello complessivo del loro debito, mentre sono sensibilmente aumentati di volumi e importanza gli strumenti alternativi al debito bancario, in particolare i corporate bond e, tra questi, i cosiddetti minibond.
A seguito della mutata normativa, le obbligazione emesse da aziende non quotate (i minibond appunto) hanno iniziato a diffondersi anche in Italia raggiungendo, secondo dati raccolti dal Politecnico di Milano, le 72 emissioni per importi inferiori ai 50 milioni di euro negli ultimi 24 mesi, pari a un controvalore complessivo di 708 milioni di euro.
In questo universo non esistono limiti minimi di emissione – ve ne sono anche da 2 milioni di euro – l’unico vero parametro è il livello delle commissioni che, al di sotto di un certo importo, rendono non economicamente sostenibile l’operazione. «In Italia – continua Angius – le fonti di credito non bancario sono più limitate rispetto ai paesi anglosassoni, ma iniziano a evidenziarsi dei segnali positivi e anche la crescita dei volumi si fa più consistente. Minibond, Credit fund , Securitization e piattaforme Peer to Peer , sono i settori più attivi. Tra i credit fund si contano oltre 10 iniziative negli ultimi due anni lanciate da sponsor bancari e non bancari, mentre il mercato delle securitization per il credito alle imprese, divenuto più trasparente rispetto al passato, ha mostrato di recente segni di vitalità, anche se in gran parte relativo a transazioni utilizzate come collaterale per finanziamenti da parte della Banca Centrale Europea. Le iniziative di peer-to-peer lending restano ancora marginali e hanno dunque ampio potenziale di crescita, soprattutto se consideriamo che nel primo semestre del 2014 la Cina ha emesso prestiti in quest’ambito per 17 miliardi di dollari, 10 miliardi gli Stati Uniti e 2 miliardi la Gran Bretagna. Per ora in Italia si contano due sole iniziative, ma le possibilità di crescita sono rilevanti».
Il prodotto della crisi vede le banche – che rispetto al 2007 sono molto più capitalizzate e meno esposte all’effetto leva – chiamate a mutare il loro approccio con il credito. Non vi possono rinunciare, essendo aspetto tipico della loro attività, ma la loro attività deve essere completata da forme alternative. Vi sono nuovi limiti alla regolamentazione bancaria che inducono a limitare i livelli di leverage .
Cambiamenti
«In questo contesto – continua Angius – risulta importante, sia a livello globale che per l’Italia, garantire un mix più adeguato tra strumenti di accesso al credito bancario e non bancario che possano finanziare la ripresa economica. Per l’Italia riteniamo opportuno realizzare iniziative che incentivino lo sviluppo del credito alternativo per fare decollare il mercato dei corporate bond/minibond e dei credit fund , far ripartire il mercato delle securitization su forme meno rischiose, incentivare le piattaforme di peer-to-peer lending che in altri Paesi stanno crescendo rapidamente. Tutto questo va ovviamente realizzato assicurando trasparenza, reporting e monitoraggio attento da parte delle autorità di vigilanza». Non è chiesto agli istituti di credito una modifica sostanziale del lavoro di banchieri: la valutazione del merito creditizio rimane fondamentale, come pure l’erogazione del credito, ma vanno parallelamente considerati i livelli di patrimonializzazione richiesti, che sono più elevati che in passato. Spazi per far crescere alternative valide ve ne sono, anche con il coinvolgimento di investitori istituzionali, dai fondi pensione ai fondi di investimento, alle compagnie di assicurazione.
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