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Debito e banche, doppio freno per l’Italia

Tutti gli Stati dell’Eurozona hanno outlook stabili o positivi sui rating di Standard & Poors perchè la ripresa economica europea ha infine preso vigore ed è solida, dopo l’eccezionale doppia recessione della Grande Crisi. Eppure, nonostante il contesto sia favorevole, anche a livello mondiale, l’Italia resta un sorvegliato speciale per S&P’s, per le sue vulnerabilità e debolezze: una bassa crescita potenziale, un elevato debito pubblico con l’aggravante di elezioni in arrivo (e dunque l’incertezza sulle politiche che saranno varate dal nuovo governo), un sistema bancario frenato dalla mole dei crediti deteriorati, dalla redditività tra le più modeste in Europa, dalla mancanza di un vero consolidamento «che non si limiti alla banca grande che assorbe quella piccola in difficoltà», più tagli ai costi e maggiori investimenti nel digitale.
È un’Italia a livello “BBB-”, l’ultimo gradino prima della categoria speculativa o junk, quella emersa ieri all’appuntamento annuale di S&P’s dedicato al credito sovrano e bancario italiano. La più severa delle quattro grandi agenzie di rating ha riconosciuto all’Italia il ritorno di una buona crescita, ma l’outlook non è positivo ma stabile, per le tante fragilità che non consentono al Paese di abbassare la guardia ma semmai lo spingono a fare di più.
«La contrazione degli investimenti in conto capitale è una grande questione aperta per l’Italia – ha ammonito Jean-Michel Six, chief economist EMEA – la mancanza di capex ha effetto negativo sulla crescita potenziale, riduce il motore dell’economia che allora correrà meno». L’Italia continuerà ad essere protetta dalla Bce, perchè il tapering sarà «molto molto cauto» per Six e il tasso principale di rifinanziamento resterà a lungo allo zero, saliranno le deposit facilities da sotto zero (-0,40%). Detto questo l’Italia è stato il Paese europeo che ha approfittato di meno di questi tassi straordinariamente bassi con rendimenti negativi sui titoli di Stato fino a due anni di scadenza: tra il 2013 e il 2016 il budget, i conti pubblici italiani sono migliorati solo perchè è calata la spesa per interessi sul debito ma l’avanzo primario è peggiorato, ha sottolineato Marko Mrsnik, senior director analista del credito sovrano. S&P’s assegna un peso importante alla crescita nel valutare il rating sovrano, ma su un paese ultraindebitato ha altrettanto peso lo stock del debito pubblico e il flusso, il deficit (ignorando le incertezze del deficit strutturale). E alle politiche su debito e deficit del nuovo governo post elezioni S&P di sicuro guarderà e con attenzione.
Anche nel settore bancario, l’Italia riesce a fare peggio del sistema europeo. Gli esperti di S&P definiscono le banche europee tra le migliori al mondo per capitalizzazione, liquidità, raccolta e qualità degli attivi, pur se soffrono per la scarsa redditività con ritorni in media del 6,5% e dunque sotto il costo del capitale che viaggia al 10%-9%, ha spiegato Bernard de Longevialle, secondo il quale le banche italiane, salvo eccezioni e come le portoghesi, si caratterizzano per una capitalizzazione ai limiti o debole, fragile qualità degli attivi, scarsa redditività, con «NPLs che rimarranno in bilancio per anni e anni negli istituti medi e piccoli».
La buona notizia per il sistema bancario italiano è che «i nuovi flussi dei crediti dubbi sono tornati ai livelli pre-crisi, lontani dai picchi della crisi, e questo è il punto di partenza per il miglioramento dello stock dei crediti deteriorati», ha sottolineato Mirko Sanna, director analista per le banche italiane. Tuttavia lo stock resta alto, in termini di rapporto sugli impieghi. Le grandi banche risolveranno questo problema, ma il nodo resta per le medio-piccole che sono meno diversificate, lente a ridurre i costi, con un margine di interesse ai minimi, 40% in meno rispetto al passato. La Bce ha attutito l’impatto negativo dei tassi troppo bassi con le TLTRO e altri finanziamenti, tanto che le banche italiane «assorbono un terzo del totale dei prestiti della banca centrale». Ma l’Italia deve fare di più: un consolidamento più efficace è necessario per ridurre veramente i costi, «finora le banche grandi hanno acquisito le piccole ma la frammentazione resta», ha sentenziato Sanna. Dal 2009 al 2015 l’Italia ha fatto peggio di Spagna e Portogallo nel ridurre personale, filiali e sportelli bancari. Aspettare che i tassi salgano non è una strategia vincente. E gli interventi dello Stato, tra i quali i 20 miliardi di potenziali aiuti e i miglioramenti legislativi sul recupero dei crediti, per gli esperti di S&P difficilmente risolveranno tutte le sfide aperte.

Isabella Bufacchi

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