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Debito, avanzo primario e meno interessi vanificati dall’assenza di crescita

In un contesto che vede l’Italia, unico dei paesi dell’eurozona, in una posizione di relativa solidità finanziaria garantita da un avanzo primario consistente (dall’1,5% del 2017, al 3,4% del 2020), la vera scommessa per ridurre il debito pubblico passa attraverso tassi di crescita nominale ben più sostenuti rispetto ai target fotografati ieri da ultimo dall’Istat. Lo conferma lo studio elaborato dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, relativo all’evoluzione del debito pubblico in Italia e nei maggiori paesi.
Un dato per tutti: nel periodo 1996-2007, la crescita del Pil nominale (comprensiva dunque dell’inflazione) è stata nel nostro paese del 4,2 per cento. Tutt’altro scenario si presenta con l’esplodere della grande crisi, con lo stesso indicatore fermo allo 0,4% nel periodo 2008-2016. Se si guarda alla serie storica che comprende gli ultimi ventuno anni, il rapporto debito/pil è passato dal 116,9% del 1995 al 132,6% del 2016. In poche parole, vi è stata una crescita di 15,7 punti, da attribuire in buona parte alla recessione. Di un certo interesse, l’analisi condotta dall’Upb sulle componenti fondamentali che hanno contribuito alla variazione del rapporto tra debito e pil. Nel periodo 1996-2007, il contributo della spesa per interessi, pari a 75,5 punti, è stato ampiamente controbilanciato dall’avanzo primario (-36,9 punti) e dall’impatto della crescita nominale (-51,8 punti). Anche l’aggiustamento stock-flussi, vale a dire la differenza tra la variazione del debito e l’indebitamento netto (che comprende anche il conferimento al cosiddetto fondo salva Stati Esm) è risultato negativo per 3,9 punti. La situazione muta nel periodo successivo alla crisi, quando il contributo alla crescita del debito della spesa per interessi passa a 41 punti, quello dell’avanzo primario scende a -11,1 punti. Per la crescita nominale si passa -5 punti.
L’analisi su un periodo così ampio consente di confermare che se nei primi anni Duemila non si fosse sostanzialmente azzerato l’avanzo primario (il cosiddetto dividendo dell’euro, pari a oltre il 5% del pil), l’Italia avrebbe affrontato la crisi potendo contare su una politica fiscale favorevole al sostegno della crescita. E ora siamo in una situazione obiettivamente complicata. Nello studio si cita il caso del Giappone: nonostante l’altissimo debito pubblico, pari al 238,6% nel 2016, la spesa per interessi è di soli 18 punti. È l’effetto di un costo medio del debito molto basso, pari allo 0,9% su base annua (in Italia siamo nei dintorni del 4%), favorito dalla politica monetaria della Banca centrale, che detiene il 40% dell’intero debito. Un modello esportabile in Europa? L’interrogativo si porrà nel momento in cui la Bce dichiarerà chiuso il programma straordinario di acquisto dei titoli (il Quantitative easing). Come si deciderà di “trattare” il 15% di debito dei vari paesi detenuto da Francoforte? Lo si rimetterà nel circuito o lo si stabilizzerà, come propone chi sostiene la tesi che con questi tassi di crescita un debito pubblico come quello italiano non potrà ridursi a ritmi soddisfacenti? Una qualche operazione di ingegneria finanziaria che serva ad abbattere parte del debito potrebbe essere auspicabile.
L’altro caso interessante è quello del Belgio, che partiva da una situazione peggiore dell’Italia: nel 1995 il debito/pil è al 130,5% contro il nostro 116,9%. Nel 2007, alla vigilia dell’esplodere della crisi, era all’87%, grazie soprattutto ai consistenti avanzi primari. Lo sforzo del risanamento condotto dal nostro paese al contrario è stato sostanzialmente vanificato negli anni successivi all’ingresso nell’euro. E ora continuiamo a pagarne le conseguenze, con una politica di bilancio che non può che essere ingabbiata dagli oltre 66 miliardi (peraltro fortunatamente in discesa grazie ai bassi tassi) necessari per finanziare un debito pubblico che secondo la Commissione Ue comincerà a ridursi (dello 0,4%) solo dal 2018.

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