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Debito americano, tutti scontenti

di Alessandra Nucci  

All'indomani della Finanziaria che innalza il tetto del debito americano, scongiurando il default, i rancori si sprecano. Per Paul Krugman, del New York Times, l'accordo raggiunto dimostra che «la tattica del ricatto funziona» e avanza il cammino degli Stati Uniti verso lo status di «repubblica delle banane».

Secondo la capogruppo dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, si è trattato di «un panino Satana con contorno di patatine Satana». Per il vicepresidente, Joe Biden, i repubblicani fedeli ai Tea Party si sono comportati come dei «terroristi».

Sull'altra sponda, però, questi ultimi, additati come terroristi-satanisti-ricattatori e altro ancora, non solo non cantano vittoria, ma si dichiarano beffati. Il patto sancisce, infatti, l'aumento più grande del debito nazionale nella storia degli Stati Uniti. E questo avviene meno di sei mesi dopo il secondo più grande incremento del tetto, approvato dal Congresso e firmato dal presidente Barack Obama lo scorso febbraio: si tratta di 2,4 trilioni di dollari (1,7 trln euro) adesso contro 1,9 trilioni di dollari (1,3 trln euro) sei mesi fa.

Non a caso ben 19 dei 26 voti contrari al Senato, e 66 dei 161 voti contrari alla Camera sono stati dei repubblicani e tutti i candidati repubblicani alla presidenza, all'infuori di uno, si sono dichiarati contro l'accordo: dall'ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney («si è aperta la porta all'aumento delle tasse e ai tagli alla difesa»), a Michelle Bachman, idolo dei Tea Party («quando il presidente parla di approccio equilibrato sappiamo tutti che significa maggiori spese e maggiori tasse»), fino all'ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty («solo a Washington una classe politica potrebbe considerare una vittoria il fatto di aver schivato la bancarotta per un soffio, accettando di indebitarsi di più e facendo ben poco per riformare la spesa»).

Tutti scontenti, dunque? Non esattamente. Il sito della Casa Bianca, per esempio, esalta l'accordo, che definisce «patto equilibrato coerente con l'impegno del presidente per una condivisione dei sacrifici», e sottolinea che grazie a Obama si erano evitate «proposte che avrebbero pesato sulle famiglie a basso reddito o del ceto medio». Massimo motivo di soddisfazione per Barack Obama è poi il fatto di aver eliminato la necessità di tornare sull'argomento fino al 2013, cioè fino a dopo le elezioni.

Intanto la patata bollente è passata a una commissione bipartisan, che dovrà produrre entro il 23 novembre un piano per la riduzione del deficit di altri 1,5 trilioni in dieci anni. Da questo organismo, che sarà composto da sei democratici e sei repubblicani per garantire che qualunque maggioranza debba essere per forza bipartisan, Obama e i democratici confidano di ottenere la rivincita, con nuove tasse e tagli al bilancio del Pentagono.

Ma a parere di tutti i commentatori, compreso il New York Times, la palma della vittoria morale spetta in effetti ai Tea Party, che sono riusciti nell'impresa di cambiare «la conversazione». I repubblicani sono riusciti ad avere la meglio nell'opinione pubblica per essersi dimostrati indisponibili a cedere, anche di fronte al ricatto del default e al pensiero della propria rielezione, mentre gli ultimi sondaggi Gallup dicono che Obama agli elettori piace ancora come persona e come idee, ma sempre meno per come gestisce il paese.
 

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