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Debiti, si moltiplicano le istanze per la composizione della crisi

Boom di istanze per accedere alle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento. Ma poi gli esiti sono quasi sempre nulli. La maggior parte delle domande vengono infatti presentate solo per bloccare le azioni esecutive, senza dietro alcun piano di risoluzione della crisi. Così, quasi tutte le istanze che arrivano in tribunale restano aperte e giacciono sulla scrivania dei giudici in attesa di individuare una soluzione che spesso non si può trovare, perché risulta impossibile ricostruire anche solo la reale situazione di indebitamento del soggetto richiedente.

Le poche omologazioni, per contro, spesso non vengono poi rispettate dal debitore, che non riesce a sostenere le rateizzazioni proposte. È il quadro che emerge dal Tribunale di Milano, dove, dal 1° gennaio 2016 a oggi sono state presentate 249 istanze, ben oltre il doppio rispetto alle 101 arrivate in tutto il 2015. «Gli esiti allo stato sono pressoché inesistenti rispetto al fenomeno, che ha una rilevanza sociale importante, acuita dalla crisi economica globale», spiega Alida Paluchowski, presidente della sezione fallimentare del tribunale di Milano. «Moltissimi procedimenti vengono aperti solo nella speranza di bloccare le azioni esecutive, senza alcuna idea di cosa si intende fare dopo», afferma Paluchoswki, «il blocco però è possibile solo quando si presenta una strategia di soluzione, cioè si propone un accordo coi creditori, un piano del consumatore o la liquidazione dei beni».

Le domande devono essere infatti attestate dal professionista sostituto dell’Organismo di composizione della crisi, che deve valutare la realizzabilità dell’accordo, la sostenibilità del piano, la buona fede del debitore. Pertanto, il blocco non viene concesso «alla sola domanda di nomina del professionista, cui potrebbe non seguire più nulla come spesso succede», sottolinea il presidente della sezione fallimentare del tribunale di Milano. «Per lo più quindi sono procedure aperte», continua, «in attesa di individuazione di una soluzione che spesso è difficile perché non si riesce nemmeno a ricostruire la situazione reale di indebitamento, per reticenza o ignoranza del debitore stesso, o perché lo stesso ha perso i documenti probatori». Per i pochi procedimenti che invece hanno prodotto la presentazione di una soluzione «le criticità maggiori», afferma Paluchowski, «nascono dalla difficoltà di sostenere le rateizzazioni proposte in concreto. Quindi le istanze sono connotate da una carenza di realtà nella proposta che il debitore elabora pur sapendo che non potrà mai onorarla. Ma anche dalla non volontà del debitore di cedere ai creditori il ricavato di tutti i propri beni. Il debitore, insomma, pretende di ottenere una esdebitazione liberatoria pur trattenendo parte del proprio patrimonio. Altri piani sono connotati invece dalla palese dannosità per alcuni creditori privilegiati della soluzione offerta a fronte del ricavo ottenibile in sede di esecuzione forzata ordinaria».

«Il legislatore», conclude Paluchowski, «dovrebbe decidere cosa fare per coloro che non hanno un’apprezzabile possibilità di soddisfare i creditori, ma soprattutto dovrebbe operare una scelta: se cioè questa procedura ha finalità di soddisfazione dei creditori o se è una forma di assistenza sociale che trasporta a spese della collettività dei creditori il recupero del sovraindebitato».

In aiuto dei debitori sono scesi in campo ormai da tempo i commercialisti, con 51 ordini territoriali su 86 che hanno attivato un organismo di composizione della crisi da sovraindebitamento. Altri, invece, hanno dato vita a un organismo congiunto con altri ordini professionali. Fatto sta che degli oltre 2.500 gestori della crisi iscritti al registro del ministero della giustizia, oltre il 90 per cento sono commercialisti. I quali, tra l’altro, contano di poter fare a meno anche dell’avvocato, la cui presenza secondo il Cndcec e alcuni magistrati non sarebbe condizione di procedibilità della domanda. Si tratta, secondo i commercialisti, di un risparmio, per il debitore, di 7-800 euro. «Dobbiamo lavorare tanto sulla formazione», afferma il consigliere Cndcec delegato alle procedure concorsuali Felice Ruscetta, «il corso di 40 ore è sufficiente per acquisire il titolo ma per la preparazione dei gestori della crisi sono necessari ulteriori corsi di formazione che stiamo cercando di favorire. Gli organismi dei commercialisti sono ormai diffusi in tutte le regioni. Abbiamo sollecitato i referenti degli organismi a nominare più di un professionista per dividere l’attività, di modo che non si verifichino conflitti di interessi». Secondo Maria Rachele Vigani, consigliere Cndcec delegato alle procedure concorsuali, «le criticità vengono via via assorbite e oggi la normativa inizia a funzionare. La procedura ha infatti anche un aspetto sociale, ma è necessario che l’esdebitazione non sia facile per reindebitarsi, ma che serva a sviluppare la cultura finanziaria per non ricadere nella stessa situazione. In questo anche i professionisti svolgono un ruolo fondamentale».

Gabriele Ventura

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