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Debiti pubblici? Il 24% sterilizzato dalle banche centrali

Un debito pubblico al 122% o poco più del prodotto interno lordo appartiene ormai al libro dei sogni per l’Italia. L’indicatore che contribuisce a inserire il nostro Paese nelle retrovie della classifica dei più virtuosi nella gestione delle proprie finanze è infatti balzato lo scorso anno dal 134,6% al 155,6% ed è destinato nei prossimi mesi a crescere probabilmente fino alla soglia dei 160 punti percentuali come conseguenza degli interventi del Governo per far fronte alla pandemia. Ma è forse anche giunto il momento di farsi qualche domanda in più sul rapporto oggetto di tante attenzioni: non tanto sulla sua importanza, quanto sulla sua reale capacità di indicare la sostenibilità degli stessi conti pubblici nel futuro.

Grazie agli acquisti di titoli di Stato già effettuati, la Banca centrale europea (Bce) come istituzione e la Banca d’Italia all’atto pratico detengono ormai oltre un quinto di quei 2.569 miliardi di euro che alla fine del 2020 rappresentavano il debito di Stato e girano regolarmente nelle nostre casse pubbliche gli interessi che da questo maturano. Con l’Eurotower ancora particolarmente attiva attraverso il suo programma «tradizionale» Pspp e il piano di emergenza pandemica Pepp la quota è destinata a crescere ulteriormente e al momento non si vedono all’orizzonte possibilità o necessità di ridurla.

Cancellare o sterilizzare?

Se quindi parlare apertamente di «cancellazione» è e probabilmente resterà un tabù, per l’ovvia opposizione dei Paesi più virtuosi all’interno dell’Unione, è evidente che le Banche centrali non possono essere considerate detentori qualsiasi del debito di uno Stato e che occorra fare qualche considerazione in merito. A maggior ragione se i titoli pubblici dovessero rimanere custoditi, e quindi in qualche modo «sterilizzati» nei loro forzieri per un periodo che si protrae indistintamente, se non addirittura in eterno.

«È come se la mano sinistra del Governo dovesse del denaro alla mano destra: il problema del pagamento degli interessi nel tempo non si pone ed è come se potessimo dimenticarcene», sostiene Mark Dowding, Cio di BlueBay Asset Management, che proprio in questi termini riassume il proprio concetto di cancellazione del debito. «Che poi – aggiunge – gli istituti centrali distruggano questi bond, li trasformino in obbligazioni speciali a mille anni con cedola allo 0% o semplicemente continuino a detenerli all’infinito rifinanziandoli a ogni scadenza, la sostanza non cambia».

Sottraendo la quota in mano alla Bce, il debito pubblico italiano appare in effetti molto più basso di quanto dicano i dati ufficiali e scenderebbe appunto di nuovo attorno al 122% del Pil. Niente che consenta di adagiarsi sugli allori, certo, ma un numero ben differente e che forse riflette in modo più accurato le nostre reali prospettive finanziarie.

Un male comune

Il ragionamento non vale però soltanto per l’Italia, ma si estende agli altri Paesi europei, a partire da Germania, Francia e Spagna. Per allargarsi poi a tutto il mondo che, secondo le indicazioni contenute in un report di S&P Global Ratings appena pubblicato, «affoga» sotto la linea di galleggiamento di un indebitamento sovrano salito ormai a livello globale a 61.300 miliardi di dollari e pronto a lievitare ulteriormente nel 2021 fino a una quota di 67.500 miliardi, pari al 75% dell’intero Pil dell’Universo.

Quando si limita l’analisi alle quattro principali aree economiche avanzate del globo – Stati Uniti, Eurozona, Giappone e Gran Bretagna – i calcoli effettuati da Il Sole 24 Ore prendendo in esame da una parte le stime del Fondo monetario internazionale e dall’altra i bilanci degli istituti centrali rivelano che quasi il 24% del debito pubblico complessivo (oltre 13 mila dei 56 mila miliardi) è custodito da Fed, Bce, BoJ e BoE. Scorporando ipoteticamente questa cifra, il rapporto nei confronti del Pil si ridurrebbe quindi dal 137% al 104 per cento. Campione del mondo da sempre in questo particolare sport di «sterilizzazione» è il Giappone, che ha fatto scuola in tutto il mondo: nel Paese nipponico si passerebbe dal 266% al 175 per cento. Ma il rapporto debito/Pil si contrarrebbe anche dal 131% al 109% negli Usa, dal 108% al 78% in Gran Bretagna e dal 101% al 75% nell’Eurozona, dove Germania, Francia e Spagna sarebbero capaci di scendere rispettivamente al 50%, al 91% e all’89 per cento.

In chiave europea il trattato di Maastricht (lo stesso che pone un limite al 60% per il debito/Pil) proibisce il rifinanziamento monetario dei deficit, anche se i nuovi scenari condizionati da Covid e il peggioramento dei conti pubblici (per tutti) potrebbero rimescolare le carte in tavola. «Il momento è senza precedenti, sarebbe stato inimmaginabile venti anni fa all’atto della fondazione della Bce e richiede soluzioni nuove», sottolinea Dowding, spiegando che «occorre rivedere alcune delle regole stabilite inizialmente» e notando in modo incoraggiante che «oggi in Europa c’è sicuramente una maggiore consapevolezza del fatto che ciascun Paese per prosperare abbia bisogno dell’intera Unione, quindi è già in corso un cambiamento di mentalità».

Tra il dire e il fare

In ogni caso in Europa il tema del debito sovrano rimane circondato da una forte connotazione emotiva e destinato a provocare accese discussioni a livello politico, con la Germania e gli altri Stati nordici intrinsecamente contrari a cancellare o semplicemente a sterilizzare la componente in mano all’Eurotower per i timori sulla cattiva disciplina fiscale dei Paesi del Sud del Continente. «Questo però sta già avvenendo di fatto – fa notare Nicola Mai, Portfolio Manager Sovereign Credit Analyst di Pimco – perché una riduzione del bilancio da parte della Bce attraverso la vendita o il mancato rinnovo dei bond in scadenza detenuti in portafoglio resta a mio parere una possibilità molto lontana e anche gli stessi spread stanno guardando oltre i fondamentali dei singoli Paesi, prezzando l’ipotesi di una lunga permanenza della Banca centrale sul mercato».

A far cambiare la situazione potrebbe essere quell’inflazione di cui si fa un gran parlare (spesso in modo anche non del tutto appropriato) in queste ultime settimane. «Dovesse aumentare in maniera decisa si creerebbe pressione attorno alla Bce per una contrazione monetaria che possa controbattere questa spinta», ammette Mai, ricordando però che, almeno in Europa, «una prospettiva simile appare ancora remota». E l’inflazione, almeno quella «sana» che segue una ripresa dell’economia, resta dopotutto la migliore cura per la riduzione del debito in termini reali, sicuramente più efficace di austerity e ferreo controllo delle spese.

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