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Debiti Pa, via libera dalle banche

ROMA – Le difficoltà tecniche non mancano ma sul piano per lo sblocco totale dei debiti della Pubblica amministrazione si cerca di accelerare. A quanto risulta al Sole 24 Ore, ieri agli uffici del ministero dell’Economia è giunta una lettera inviata dall’Abi in cui si sintetizza il giudizio positivo delle banche dando il via libera all’operazione. A questo punto, potrebbe essere il Def l’ultimo passaggio per contestualizzare l’intero progetto nell’ambito dei nuovi dati di debito e deficit per poi varare il disegno di legge che era approdato al consiglio dei ministri dello scorso 12 marzo. Si fa strada, inoltre, la possibilità che almeno una parte dei contenuti del Ddl venga travasato in un decreto legge subito operativo.
Il ruolo delle banche
Il 26 marzo si è svolta una riunione del sistema bancario per verificare la percorribilità del nuovo meccanismo. Le banche avrebbero confermato che la garanzia dello Stato di ultima istanza sui crediti ceduti è sufficiente a minimizzare il rischio di credito e quindi a favorire lo smobilizzo.
Come noto, il Ddl prevede che le banche intervengano con un tasso di sconto “calmierato” (lo definirà un decreto attuativo, ma si starebbe ragionando intorno a un tetto del 2%). La limitata convenienza economica per le banche sarebbe compensata da una riduzione di crediti di bassa qualità. Del resto, fanno notare i vertici dell’Abi al ministero dell’Economia, se i crediti saranno effettivamente riscossi dalle imprese, gran parte di questa liquidità potrebbe essere utilizzata per ridurre i debiti verso le banche, consentendo nuovi finanziamenti bancari alle stesse imprese.
Gli aspetti tecnici
Le aziende, ovviamente, verrebbero saldate con un credito più leggero, seppure nella misura contenuta del 2%. Avrebbero però il vantaggio di azionare direttamente le procedure di pagamento, sfuggendo alle incognite della macchina della Pa che, nel caso di alcune regioni del Sud, per molto tempo si è impantanata di fronte alle lentezze o alla ritrosia delle stesse amministrazioni che dovevano chiedere anticipazioni di liquidità. Va anche detto che il Ddl, oltre al piano che coinvolge banche e Cassa depositi e prestiti, contiene un fitto capitolo dedicato proprio al rifinanziamento dei Fondi previsti dal decreto 35/2013 per anticipare liquidità agli enti debitori. Forse il raccordo tra i due meccanismi potrebbe essere uno degli aspetti tecnici da perfezionare in questi giorni.
Il piano banche-Cdp ricalca la proposta avanzata già durante i precedenti governi da Franco Bassanini e Marcello Messori. Sui debiti certificati verrà posta la garanzia dello Stato. Il sistema bancario potrà acquistare questi crediti ceduti in modalità pro-soluto, con le Pa che negoziano la ristrutturazione del credito fino a 5 anni. In caso di morosità, la banca avrebbe la facoltà di cedere il credito alla Cassa sulla base di un plafond annuo (si parla di 3-4 miliardi). La Cassa potrebbe allungare ulteriormente la ristrutturazione del debito degli enti, fino a 15 anni, dietro delegazione di pagamento a valere sulle imposte. Il meccanismo potrebbe coprire l’ammontare dei debiti residui relativi alla spesa corrente, che dovrebbero rappresentare circa i tre quarti del totale. Questione aperta, e decisamente più complessa, per le spese in conto capitale (relative agli investimenti) il cui pagamento potrebbe incidere sul deficit dell’anno in cui vengono effettivamente rimborsati i creditori. Su quest’ultimo punto bisognerebbe intervenire alleggerendo il Patto di stabilità interno. Nei giorni scorsi il presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, stimava in un mese dall’entrata in vigore della norma il tempo necessario per pagare tutti i debiti di parte corrente. Tempi più lunghi però, e legati al reperimento delle coperture, per le spese in conto capitale.
Il Fondo di garanzia
La bozza del Ddl indicava in 150 milioni l’entità del Fondo a copertura degli oneri determinati dal rilascio della garanzia dello Stato. Anche su questo punto si sofferma la lettera Abi. Le banche, in questa fase, non temono che il Fondo sia sottostimato: in una fase di avvio, senza dati certi sulla dimensione del fenomeno (è ancora da calcolare l’esatto ammontare degli arretrati), può convenire non immobilizzare ingenti risorse che potrebbero poi restare inutilizzate. Decisiva è invece la tenuta della garanzia statale in caso di mancati pagamenti, nel caso il Fondo dovesse svuotarsi.
Un ultimo ma non meno importante aspetto tecnico riguarda la certificazione dei crediti. Sarà fondamentale, sottolineano le banche, un rafforzamento della norma per far sì che il nuovo sistema di certificazione “cristallizzi” l’ammontare del credito. Non dovranno insomma esserci ulteriori verifiche o code procedurali che rischiare di allungare i tempi e aumentare i rischi.

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