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Debiti fiscali, giudizio per due

La giurisdizione del giudice ordinario sul fermo amministrativo è parziale e può concorrere con quella del giudice tributario se l’atto esecutivo viene emanato in seguito al mancato pagamento di debiti che hanno natura fiscale. Infatti, se nella cartella che precede il provvedimento sono indicati anche debiti con il fisco, il giudice ordinario è tenuto a dichiarare parzialmente il proprio difetto di giurisdizione.

In questo senso si sono espresse le Sezioni unite della Cassazione con la sentenza 15425 del 7 luglio 2014.

Pertanto, la competenza del giudice ordinario è parziale, così come quella delle commissioni tributarie, le cui decisioni rimangono circoscritte ai provvedimenti riguardanti le entrate fiscali. Del resto, con la manovra Bersani (legge 248/2006) sono state ampliate le tipologie di atti impugnabili (ganasce e ipoteche) innanzi alle commissioni tributarie, elencati dall’articolo 19 del decreto legislativo 546/1992, e non già le entrate soggette alla giurisdizione di questo giudice. Dall’11 agosto 2006 (data di entrata in vigore della legge 248/2006), quindi, le contestazioni contro i provvedimenti di fermo amministrativo e le iscrizioni di ipoteche sugli immobili vanno proposte innanzi al giudice tributario, relativamente alle entrate per le quali questo giudice è competente a decidere. In assenza di norme transitorie, le nuove prescrizioni si applicano a tutti i ricorsi presentati a partire da questa data. In base all’articolo 5 del Codice di procedura civile, infatti, la giurisdizione e la competenza si determinano con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda.

Per le Sezioni unite, se il fermo di beni mobili registrati concerne una pluralità di pretese, alcune delle quali hanno natura tributaria, e l’impugnazione sia stata proposta innanzi al giudice ordinario, quest’ultimo deve trattenere la causa presso di sé solo per i crediti non tributari posti a fondamento del provvedimento di fermo e rimettere la causa dinanzi al giudice tributario per la parte in cui il provvedimento si riferisce a crediti fiscali. Nel caso esaminato dai giudici, una delle cinque cartelle poste a base delle contestate ganasce fiscali riguardava la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, mentre le altre si riferivano al mancato pagamento delle multe stradali per le quali è competente il giudice ordinario. Pertanto, sottolineano le Sezioni unite, «il giudice ordinario avrebbe dovuto parzialmente declinare la giurisdizione in favore del giudice tributario». Fermo restando che la giurisdizione permane anche se la competenza sugli atti è parziale.

 

I ricorsi contro gli atti esecutivi. In effetti, cartelle di pagamento, fermi amministrativi e iscrizioni ipotecarie sono parzialmente impugnabili innanzi alle commissioni tributarie se vengono emanati per il recupero di entrate che hanno natura fiscale. Contro questi atti, però, può essere proposto ricorso solo per vizi propri. Per esempio, non può essere impugnato il provvedimento di fermo se il debitore non ha contestato la cartella. Il contribuente ha facoltà di fare ricorso contro gli atti della riscossione davanti al giudice tributario o ordinario a seconda del tipo di credito vantato dall’agente della riscossione. Dunque, una cartella che contenga crediti di varia natura può essere impugnata innanzi a giudici diversi. Imposte e tasse vanno contestate con ricorso alle commissioni tributarie; mentre, per esempio, per contributi previdenziali e multe stradali la competenza ricade sul giudice ordinario. Sempre le Sezioni unite, con la sentenza 21891/2009, hanno precisato che spetta in via esclusiva alle commissioni tributarie la competenza a decidere sulle impugnazioni degli avvisi di mora emanati dagli agenti della riscossione per mancato pagamento di tributi, poiché non si tratta di atti esecutivi ma di cognizione, sui quali non ha giurisdizione il giudice ordinario. L’avviso di mora è atto prodromico all’esecuzione. Nel processo tributario tutte le contestazioni relative alla legittimità formale e sostanziale degli atti di imposizione attengono alla materia della cognizione e non dell’esecuzione. L’opposizione contro gli atti esecutivi, invece, deve essere proposta innanzi al giudice ordinario, anche nei casi in cui l’agente della riscossione li notifichi per mancato pagamento di tributi. Fatta eccezione per il fermo amministrativo dei beni mobili registrati e le iscrizioni di ipoteche sugli immobili, atti per i quali la giurisdizione è stata attribuita espressamente alle commissioni tributarie.

 

Condizioni e limiti per i fermi amministrativi. L’articolo 7 del dl 70/2011 aveva alleggerito il peso delle azioni esecutive sui soggetti morosi. Per i debiti non superiori a duemila euro era necessario spedire agli interessati due solleciti di pagamento prima di avviare le azioni esecutive e cautelari. Quindi, essendo il fermo dei beni mobili (autoveicoli, barche, aeromobili e così via) una misura cautelare non era possibile adottarla qualora non fosse stata preceduta dall’invio, mediante posta ordinaria, di due solleciti di pagamento, il secondo dei quali decorsi almeno sei mesi dalla spedizione del primo. Questa disposizione è stata abrogata dall’articolo 1, comma 545, della legge di stabilità 2013 (228/2012). Tuttavia, per debiti di modesto valore, il comma 544 di questa legge ha stabilito che in tutti i casi di riscossione coattiva di debiti fino a 1.000 euro, intrapresa successivamente al 1° gennaio 2013, non devono essere esperite azioni cautelari ed esecutive prima del decorso di 120 giorni dall’invio, mediante posta ordinaria, di una comunicazione al debitore contenente il dettaglio delle somme dovute. A meno che l’ente creditore abbia già notificato al debitore la comunicazione di inidoneità della documentazione prodotta, atta a dimostrare l’inesigibilità del credito. Il comma 538 della legge 228/2012 prevede infatti che, entro 90 giorni dalla notifica da parte del concessionario della riscossione della cartella di pagamento, dell’ingiunzione o di qualsiasi altro atto, anche della procedura cautelare o esecutiva, il contribuente ha facoltà di presentare una dichiarazione, con relativa documentazione, nella quale attesti che il debito sia stato già pagato o che gli atti emessi dall’ente creditore sono stati interessati:

a) da prescrizione o decadenza del diritto di credito;

b) da un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;

c) da una sospensione amministrativa o giudiziale oppure da una sentenza di annullamento.

Inoltre, va ricordato che per il fermo amministrativo iscritto su beni mobili registrati il contribuente non è più tenuto ex lege a pagare nulla né a Equitalia, né ai concessionari iscritti all’Albo ministeriale, che riscuotono a mezzo ingiunzione, né all’Aci/Pra per la cancellazione del provvedimento dai pubblici registri. Questa regola vale sia quando la cancellazione avviene «in autotutela», in seguito a un’attività di riesame del provvedimento e di conseguente annullamento, sia quando i giudici dichiarano illegittimo il provvedimento.

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