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Debiti fiscali, da provare la «colpa» del curatore

I motivi per i quali si ritiene il curatore fallimentare responsabile in via solidale dei debiti tributari della società devono essere indicati tempestivamente nell’atto impositivo e le relative circostanze, che hanno determinato un cattivo utilizzo dell’attivo, devono essere provati nel giudizio. Ne consegue che l’amministrazione non può limitarsi ad affermare la responsabilità solidale del curatore mediante la semplice notifica della cartella di pagamento adducendo che egli sia stato comunque in grado di difendersi. Sono i principi enunciati dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza 16373 depositata ieri.
Al curatore fallimentare di una società, già amministratore giudiziale, era notificata una cartella di pagamento per l’omesso versamento di imposte della medesima società. Mentre la competente Ctp respingeva il ricorso del professionista che aveva impugnato l’atto, la Ctr ne accoglieva l’appello annullando la pretesa impositiva.
I giudici di legittimità respingendo l’impugnazione dell’amministrazione hanno svolto un interessante approfondimento sulla dibattuta questione: spesso, infatti, l’Agenzia notifica attraverso l’agente della riscossione la cartella di pagamento relativa ai debiti della società anche al curatore non solo quale suo rappresentante legale ma anche in proprio, sostenendo una sua responsabilità solidale. Secondo i giudici di legittimità la questione va affrontata partendo dalla previsione contenuta nell’articolo 36 del Dpr 602/73 secondo cui i liquidatori dei soggetti Irpeg (oggi Ires) che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se soddisfano crediti di ordine inferiore a quelli tributari o assegnano beni ai soci o associati senza avere prima soddisfatto i crediti tributari. Tale responsabilità é commisurata all’importo dei crediti di imposta che avrebbero trovato capienza in sede di graduazione dei crediti.
La Cassazione rileva che la norma appena citata contiene un principio di carattere generale in base al quale si risponde di un evento nella misura in cui si è concorso a cagionarlo. Ne consegue che nell’atto impositivo l’Ufficio deve innanzitutto enunciare le circostanze che determinano il cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare (in sostanza il soddisfacimento di crediti di ordine inferiori a quelli tributari) e successivamente deve provarle in giudizio. Nella specie si è verificato, come in realtà avviene non di rado, che la cartella non conteneva alcuna specifica motivazione al riguardo. Secondo i giudici, se l’amministrazione intende affermare la responsabilità solidale del curatore deve indicare nell’atto di addebito le ragioni che determinano detta responsabilità – che deve nascere da un cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare – ponendo conseguentemente il curatore in condizione di esercitare le sue difese. In tale contesto l’ufficio deve fornire non solo i necessari elementi probatori e conoscitivi all’interessato ma anche con un grado di determinazione ed intelligibilità idoneo a permettere al medesimo un esercizio di difesa non difficoltoso.

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