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Debiti della p.a., tre chances

Alleggerire i vincoli del Patto di stabilità interno. Ampliare le deroghe già previste, a partire da quella sui cofinanziamenti dei fondi europei. Prevedere iniezioni di liquidità a favore degli enti con difficoltà di cassa. Sono queste le tre principali misure, messe nero su bianco nella relazione presentata giovedì in consiglio dei ministri, che il governo si appresta a mettere in campo per consentire agli enti locali di onorare i propri debiti nei confronti delle imprese.

Il primo obiettivo è consentire a comuni e province di utilizzare le risorse che il Patto ha finora costretto a tenere bloccate in cassa.

Secondo l’Ifel, si tratta di circa 12,5 miliardi di euro (di cui 9 immediatamente spendibili), cui si aggiungono i circa 2 miliardi fermi nelle casse delle province (dati Upi). Una fetta consistente dei circa 40 miliardi che verranno complessivamente liberati nei prossimi due anni.

Per procedere, la strada più semplice e lineare è quella di autorizzare ciascun ente a effettuare maggiori pagamenti per un importo pari a una percentuale dei propri debiti per spese di investimento (che in contabilità pubblica si chiamano tecnicamente «residui passivi in conto capitale»).

A beneficiarne saranno le imprese che hanno effettuato negli anni scorsi lavori non ancora saldati.

Provvedimenti analoghi sono stati già previsti in passato: possiamo ricordare, ad esempio, l’art. 9-bis, comma 1, del dl 78/2009, che aveva dato il via libera al saldo di fatture per un importo non superiore al 4% dell’ammontare dei residui passivi in conto capitale risultanti dai rendiconti dell’esercizio 2007, consentendo agli enti locali di escluderlo dal saldo del Patto. Analoga previsione è stata riproposta anche l’anno successivo, dal dl 78/2010, anche se per una percentuale inferiore (pari allo 0,75%).

Questa volta, stando alle cifre diffuse dall’Ifel (che quantifica in circa 45 miliardi i residui passivi incagliati dei comuni), l’asticella dovrebbe collocarsi ben più in alto, intorno al 20%.

Si tratta della soluzione più semplice da gestire, che avrebbe anche il pregio di favorire la generalità delle amministrazioni e quindi un’efficacia diffusa sul territorio.

Essa pone, però, anche alcuni problemi. In primo luogo, come già accaduto le altre volte, sarebbero favoriti gli enti che hanno accumulato più debiti (o che hanno i bilanci meno trasparenti in quanto non «puliti» da residui passivi ormai insussistenti) e, al contrario, penalizzati quelli più virtuosi.

Ma, soprattutto, sarà necessario prevedere degli accorgimenti per evitare che l’allentamento del Patto venga utilizzato per pagare spese diverse.

In tal senso, il meccanismo potrebbe essere combinato con quello della certificazione dei crediti, opportunamente modificato per garantire tempi certi alle relativa procedura (anche mediante la previsione di sanzioni a carico di dirigenti e funzionari inadempienti).

In pratica, gli enti potrebbero pagare solo a fronte di una certificazione che attesti la sussistenza e la misura del credito, nonché la causale del pagamento.

Si tratta dello stesso sistema che in Spagna ha consentito di scongelare circa 27 miliardi di debiti pregressi e che pare quello più gradito alla Commissione Ue, essendo in grado di fornire cifre esatte sulla dimensione delle pendenze da regolarizzare. Ovviamente, occorrerà limitare al minimo il peso degli oneri burocratici a carico delle imprese.

La seconda misura prevede l’introduzione di una deroga per le spese relative ai cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali.

Contrariamente alle anticipazioni, essa dovrebbe essere prevista per il solo 2013. Anche in tal caso, i beneficiari saranno le imprese che hanno realizzato o stanno realizzando opere non ancora interamente pagate. Sulle modalità attuative, l’intenzione dell’Esecutivo pare essere quella di potenziare il meccanismo di cui all’art. 3, comma 1, del dl 201/2011.

Tale disposizione ha stabilito l’esclusione dei cofinanziamenti, per 1 miliardo all’anno nel triennio 2012-2014, dal Patto delle regioni, con onere a carico di queste ultime di utilizzare gli spazi finanziari liberati per favorire maggiori pagamenti da parte degli enti locali attraverso l’istituto del c.d. «Patto regionalizzato».

Oltre a rendere finalmente utilizzabili i soldi che sindaci e presidenti di provincia hanno finora dovuto tenere bloccati a causa dei vincoli del Patto, il Governo ha previsto anche interventi volti a pompare altra liquidità sui loro conti di tesoreria. Non è infrequente, infatti, che gli enti abbiano a bilancio avanzi «gonfiati» da una sovrastima dei crediti (detti «residui attivi» e spesso conservati anche se ormai inesigibili).

In tali casi, essi potrebbero non avere risorse sufficienti per far fronte a tutti i propri debiti, a prescindere dal Patto. Una prima misura consiste nello sbloccare i residui passivi (ovvero i debiti) delle regioni a cui corrispondono residui attivi (ovvero crediti) di comuni e province. In altre parole, l’obiettivo è facilitare i flussi di cassa delle regioni verso gli enti locali, affinché questi ultimi possano, a loro volta, onorare le proprie fatture.

In aggiunta, dovrebbero vedere la luce nuovi fondi rotativi, analoghi nel funzionamento a quello previsto dal dl 174/2012 (quindi con obbligo di restituzione in un arco temporale certo e sostenibile), ma non riservati agli enti prossimi al dissesto (e quindi con meno vincoli per accedere).

In tal caso, destinatari dei pagamenti sbloccati potranno essere anche i fornitori della pa locale i cui crediti pesano sulla spesa corrente.

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