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Debiti contro crediti: se il fisco fa lo scambio

La ricetta per uscire dalla crisi è fatta di due ingredienti: liquidità, oggi, e certezze, per i mesi e gli anni a venire. Della prima si è già parlato diffusamente. Per le seconde siamo invece ancora in alto mare. Potrà apparire bizzarro ma, in questa ottica, un’ipotesi di un’organica riforma fiscale sarebbe oggi ancora più necessaria di quanto non fosse fino a qualche mese fa. Se vogliamo che le famiglie e soprattutto le imprese ritornino a fare programmi per il futuro bisogna offrire loro un quadro fiscale semplice e stabile. Fra gennaio e febbraio, a più riprese, abbiamo provato ad indicare quelli che a nostro modo di vedere erano e dovrebbero ancora essere i punti di riferimento essenziali di un’ipotesi di riforma. Non ci torniamo sopra, oggi, se non per approfondire alcuni aspetti con particolare riferimento alla tassazione del reddito di impresa.

Un ingrediente essenziale del quadro di certezze da offrire alle imprese — italiane e non — che volessero contribuire a quella che, con un po’ di enfasi, chiamiamo la «ricostruzione», non può non essere il superamento della distinzione fra bilancio civilistico e bilancio a fini fiscali. Il primo è, com’è noto, ispirato ad un principio di prudenza. Il secondo dovrebbe, in astratto, esprimere con maggiore puntualità la capacità contributiva del contribuente ma, nella realtà, è la modalità per cui, senza aumentare esplicitamente le aliquote, si inasprisce la pressione tributaria. Se c’è da fare cassa, il fisco non batte ciglio: quel che per l’impresa è un risultato economico imprudente (perché non tiene opportunamente conto di rischi e perdite potenziali), per il fisco diventa base imponibile. Forse è il caso di tornare a stabilire il principio che non c’è solida capacità contributiva se non associata ad espliciti criteri di prudenza. All’interno di questo capitolo, rientra quello più specifico della deducibilità di alcuni oneri. La limitata deducibilità degli interessi passivi — già molto dubbia in tempi normali — appare, ad esempio, bizzarra in un momento come questo in cui le imprese sono costrette a tornare ad indebitarsi. Anche qui, sarebbe il caso di tornare ai principi civilistici. Fatta questa premessa, pensiamo sia oggi ancora più attuale l’indicazione che avevamo ritenuto di dare prima che la pandemia esplodesse: la tassazione delle imprese va concentrata in misura prevalente (se non addirittura quasi esclusiva) sugli utili distribuiti. È opportuno ribadirlo: non si tratterebbe di tassare meno le imprese ma solo di spostare in avanti — al momento della distribuzione degli utili — il prelievo. Avremo bisogno di mettere al più presto le imprese in condizioni di investire: incentivarle a farlo con risorse proprie (in un quadro tributario semplificato) è ragionevole ed urgente.

Il patto
Basterebbe per restituire slancio alle imprese che saranno sopravvissute? Forse no. Molte di loro usciranno da questa pandemia avendo sommato alle posizioni debitorie (verso il sistema bancario o verso il fisco), dovute alla crisi del 2007-2008 e solo in parte smaltite, quelle che si accumuleranno in questi mesi. Anche in questo caso, vale ancor di più oggi quanto già immaginato due anni fa (e reso oggi ancora più plausibile essendo caduti i vincoli sugli aiuti di stato): consentiamo alle imprese di utilizzare l’equivalente Ires (e cioè il 24%) delle perdite fiscali già presenti in bilancio o che maturino negli esercizi 2020 e 2021 per saldare tutte le posizioni (fiscali, contributive, ecc.) già in essere con il Fisco o che maturino nello stesso biennio. Rendiamo, in altre parole, liquidi ed utilizzabili, per il pagamento di imposte e contributi pregressi o in corso di maturazione nel biennio, i crediti di imposta (oggi incerti ed illiquidi) derivanti dalle perdite fiscali registrate in passato, nell’anno in corso o in quello venturo (e desumibili dalle dichiarazioni di imposta). Non un condono, certo, ma una compensazione sui generis mirata ad alleggerire i bilanci aziendali (e le scrivanie dell’Amministrazione finanziaria) e restituire libertà di movimento alle imprese.

Ultimo ma non meno importante: la politica fiscale prossima ventura non potrà non porsi il tema di definire un percorso di rientro del debito pubblico che avremo accumulato (ricorrendo anche agli interventi europei). Preclusa, per fortuna, la strada dell’inflazione (un’imposta che non viene votata da nessun Parlamento), il ricorso alla finanza straordinaria (dall’imposta patrimoniale al prestito implicitamente o esplicitamente forzoso) è evocato da molti come preferibile ad una faticosa sequenza di avanzi primari, in un contesto di crescita alquanto modesta.

«Per la patria»
Certo, un «prestito per la patria» potrebbe essere un’alternativa allettante, ma ci si deve chiedere chi sarebbe mai disposto a sottoscriverlo liberamente. Gli investitori istituzionali (i fondi pensione, le compagnie di assicurazioni, le casse di previdenza)? Le famiglie? Meglio non illudersi: il «prestito per la patria» (redimibile o meno) funziona in realtà solo se forzoso e cioè solo se si tratta di una imposta patrimoniale in abiti diversi.

La questione è dunque schiettamente distributiva. Si tratta di decidere chi debba essere tassato per consentire al debito di tornare su livelli di sicurezza. La strada degli avanzi primari richiede uno sforzo prolungato ai lavoratori dipendenti ed autonomi ed ai fruitori dei servizi pubblici. Quella della finanza straordinaria addossa invece hic et nunc l’onere del rientro ai detentori di patrimoni mobiliari ed immobiliari. In un paese in cui ci si divide su tutto, su questo punto sembra esserci una pressoché totale unanimità: a pagare — in una maniera o nell’altra, attraverso una patrimoniale o attraverso un prestito forzoso — devono essere i detentori di attività mobiliari o immobiliari. Sarebbe per noi una scelta profondamente errata dal punto di vista macroeconomico. Essa, inoltre, andrebbe a colpire esattamente quelle fasce di popolazione alle quali la pandemia ha presentato il conto più pesante. Basta incrociare i dati dell’Istituto Superiore di Sanità con i dati Banca d’Italia per vederlo. Dal punto di vista geografico, con la sola eccezione del Lazio, la distribuzione dei decessi per Covid-19 e quella della ricchezza netta sono ragionevolmente sovrapponibili (vedi grafico). Ma c’è di più. La pandemia ha colpito con intensità crescente le fasce di popolazione adulte (dai 50 anni in su) e, ancor di più, anziane (dai 70 anni in su) e cioè esattamente le fasce di età in cui si colloca la maggioranza della ricchezza netta italiana. Per fare solo un esempio, alle famiglie con capofamiglia ultrasettantenne fa capo oltre il 40% della ricchezza netta italiana. Nella stessa fascia di età si è registrato il 90% circa dei decessi. Forse bisognerebbe rifletterci un po’ prima di addossare a questi cittadini anche il costo del debito fatto per tenere in piedi, nell’emergenza, l’intero Paese.

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