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De Tomaso, inchiesta sull’asta L3 compra ma non paga

Dall’inferno al paradiso e poi di nuovo nel limbo. È il calvario dei lavoratori della De Tomaso. La cordata che doveva salvare il marchio e far ripartire la produzione si è volatilizzata insieme ai soldi. Per la holding svizzero-lussemburghese L3 in arrivo grane legali: il giudice fallimentare ha trasmesso le carte alla Procura di Torino, che sembra orientata ad aprire un’indagine per turbativa d’asta. La retromarcia dei vincitori della gara del 19 marzo è tanto clamorosa quanto piena di misteri. Con un’offerta di poco sopra i 2 milioni di euro la L3 ha battuto i concorrenti cinesi e italiani. Ma al momento di staccare l’assegno non si è presentata lasciando sul piatto la cauzione di 57 mila euro. La De Tomaso resta senza padrone, almeno fino al 28 aprile quando si farà la nuova asta. Prezzo di partenza: 580 mila euro, come un appartamento in centro a Milano. Un tempo infinito per i 900 lavoratori in mobilità provati da anni di cassa integrazione, scandali, promesse finte e arresti. Con l’ex patron Gian Mario Rossignolo rinviato a giudizio insieme al figlio per il crac del 2012. Adesso un altro bluff: la proposta di L3 almeno aveva un piano industriale, costruire vetture sportive riportando in fabbrica 360 lavoratori entro il 2020. Come biglietto da visita gli svizzeri esibivano l’appartenenza al fondo Genii Capital con base in Lussemburgo. Fra i suoi asset controlla il team di F1 della Lotus. Una squadra che non brilla per fair play finanziario: pagamenti in ritardo, conti in bilico al punto da essere una delle tre scuderie che hanno chiesto aiuti a Ecclestone. Sempre la Genii Capital nel 2010 provò a prendersi la Saab abbandonata dalla General Motors, per ritirare l’offerta all’utimo secondo. 
Insomma, non proprio il curriculum di un risanatore di aziende. Ma di «salvatori» non se ne vedono: in assenza di compratori interessati al rilancio industriale, andrà via solo il marchio De Tomaso. La legge in caso di fallimento privilegia il rimborso dei creditori. Per quanto fascino possa esercitare la «T» con i colori dell’Argentina disegnata dal fondatore «Don» Alejandro, le cifre sono modeste. A conferma che del glorioso passato resta poco, anche la fabbrica di Grugliasco appartiene alla Regione Piemonte. «È un altro colpo a quel poco di speranza che resta. In tribunale hanno avuto tempo per fare delle verifiche per evitare che accadesse quello che è successo —commenta Federico Bellono, segretario della Fiom di Torino — ora le istituzioni non posso restare a guardare».
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