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Dati rubati, Facebook crolla in Borsa Washington e Londra contro Zuckerberg

Tutti contro Mark Zuckerberg. Il Parlamento britannico, quello europeo, il Congresso americano e persino Wall Street che ieri ha fatto precipitare del 7% circa il titolo Facebook, quotato al Nasdaq. Il fondatore del social network si trova ad affrontare la più insidiosa delle crisi: la caduta verticale di fiducia. Il caso dei 50 milioni di profili Facebook rubati da Cambridge Analytica e messi al servizio della campagna elettorale di Donald Trump pone una domanda tanto semplice, quanto letale, che rimbalza dall’opinione pubblica alla politica agli ambienti finanziari: Zuckerberg è ancora in grado di controllare la sua società?

Intanto, scrive il «New York Times», è già saltato il primo dirigente: il responsabile per la sicurezza dei dati, Alex Stamos, lascerà l’incarico. Negli ultimi mesi si era scontrato con il vertice della società, in particolare con l’amministratore delegato Sheryl Sandeberg, proprio sulle manovre di disturbo attribuite ai russi.

A Washington, Capitol Hill è in agitazione. La senatrice democratica Amy Klubochar vuole convocare il giovane imprenditore davanti alla Commissione Affari giudiziari: «Deve spiegare come mai non si sia accorto che i dati venivano usati per manipolare gli elettori». La procuratrice generale del Massachusetts, Maura Haley, ha già annunciato l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sui rapporti tra Facebook e Cambridge. Dall’altra parte dell’Atlantico, nel Regno Unito, anche il parlamentare conservatore Damian Collins chiede di sentire direttamente Zuckerberg: «Non è accettabile che Facebook abbia mandato dirigenti non in grado di rispondere ai nostri dubbi». Le rivelazioni del New York Times e del britannico Observer hanno portato alla luce una storia inquietante, dal fascino sinistro. Da almeno cinque anni un team stranamente assortito ha cercato prima di favorire la campagna per la Brexit, poi la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel 2013, racconta il Guardian, Steve Bannon conosce Christopher Wylie giovane ricercatore canadese, attirato dagli incroci tra social, psicologia di massa, intelligenza artificiale. Bannon, all’epoca direttore del sito della Destra alternativa Breitbart, ha un teorema da dimostrare: la Rete può condizionare i giudizi delle persone, trasformando anche il «prodotto» più brutto in una scelta di tendenza. Wylie è in sintonia e fa l’esempio dei sandali «Crocs»: non il massimo dell’eleganza eppure stravenduti. Ma secondo Channel 4 c’è di più: la Cambridge ricorre a tangenti, false identità, ex spie e persino alla prostituzione di giovani ragazze ucraine per stroncare gli avversari. L’ambito è sempre lo stesso, la politica. La squadra parte con il sostegno all’offensiva anti europea di Nigel Farage. Subito dopo, con i soldi del miliardario Robert Mercer, generoso finanziatore dei repubblicani, la Cambridge Analytica comincia ad ammassare fino a 50 milioni di profili da Facebook. Toccherà a Zuckerberg spiegare come tutto cio sia stato possibile e, soprattutto, se esiste un modo per blindare i dati sensibili.

Già nell’ottobre 2107 l’ufficio legale di Facebook rese noto che circa 126 milioni di americani avevano letto post aggressivi, che fomentavano divisioni, in qualche caso anche l’odio sociale. Poi l’inchiesta del Super Procuratore Robert Mueller ha messo sotto accusa una serie di realtà guidate dal Cremlino.

Giuseppe Sarcina

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