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Dati fiscali senza vie di fuga

L’evasione fiscale internazionale, uno sport molto amato dai contribuenti più facoltosi di tutto il mondo, sembra avere i giorni contati. La crisi finanziaria iniziata nel 2008 e le conseguenti necessità finanziarie di tutti i paesi, costretti a investire cifre enormi per tappare le falle apertesi improvvisamente nei sistemi bancari più evoluti, hanno obbligato gli stati produttori di ricchezza a dissotterrare l’ascia di guerra per sconfiggere un mostro, l’evasione internazionale, che stava sottraendo loro miliardi per dirottarli nei paesi-cassaforte.

I più decisi, naturalmente, sono stati gli Stati Uniti d’America. È di pochi giorni fa la notizia che gli accordi Facta hanno ricevuto l’adesione di 77 mila istituzioni finanziarie (banche, finanziarie, fiduciarie, trust ecc.) in 70 paesi del mondo. Quattrocentocinquantasette solo in Italia. Ma stupiscono soprattutto le 41 adesioni dall’Iraq, le 66 della Turchia. E le oltre 4 mila dalla Svizzera. Con gli accordi Facta (Foreign account tax compliance act) gli Usa in sostanza chiedono alle banche di altri paesi di rivelare il nome e i dati finanziari essenziali dei cittadini statunitensi che hanno un deposito superiore a 50 mila dollari. Una sorta di Anagrafe tributaria su scala planetaria (in alternativa di versare un’imposta del 30% sui frutti del capitale). L’istituto finanziario che rifiutasse di collaborare non potrebbe più operare sul territorio americano. Di fatto non potrebbe più trattare nemmeno in dollari. In pratica una pistola puntata alla tempia, che spiega il successo dell’operazione. Soprattutto in piazze finanziarie che fino a pochi anni fa venivano considerate dai risparmiatori dei fortini inespugnabili. L’azione di persuasione americana è stata accompagnata anche da sanzioni miliardarie nei confronti di istituti di credito che avevano manovrato per nascondere capitali americani e da condanne esemplari nei confronti di contribuenti Usa, spediti per anni dietro le sbarre. Modi bruschi ma efficaci.

Tanto da convincere anche l’Ocse a modificare la propria politica di lotta all’evasione: la strategia delle liste nere, bianche o grigie volte a incentivare accordi bilaterali si è infatti rivelata fallimentare. Troppo facile sottoscrivere accordi farlocchi e uscire così dalle liste di prescrizione. Così un mese fa a Parigi l’Ocse ha deciso di cambiare strategia e ha presentato un accordo, già sottoscritto da 44 paesi, ispirato proprio al Facta a stelle e strisce. Ora si punta allo scambio automatico di informazioni tra i paesi aderenti all’accordo, per gli altri si prepara una lista nera.

Il problema è che non si capisce ancora come avverrà lo scambio di dati: le regole del nuovo modello Ocse dovrebbero essere chiarite a fine ottobre a Berlino in occasione del Forum mondiale sulla trasparenza fiscale con l’obiettivo di condividere le prime informazioni nel 2017 sui conti intrattenuti dal 31 dicembre 2015 in avanti. Una differenza importante tra Fatca e Ocse è che nel Fatca la soglia minima per avviare la segnalazione è di 50 mila dollari. Nel modello Ocse non esiste limite. Non sarà facile mettere a punto un meccanismo efficace, visto che dietro l’Ocse non c’è la forza politica degli Usa, ma 44 paesi con obiettivi e ambizioni molto diversi tra loro. Ma in queste condizioni la voluntary disclosure, già operativa in alcuni paesi e ancora allo studio in altri, come l’Italia, diventa per molti contribuenti l’ultima ciambella di salvataggio.

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