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Datagate, Letta incontra Kerry “L’America deve darci spiegazioni” l’allarme del Garante della privacy

Sono almeno tre mesi che lo scandalo dello spionaggio americano, nato dalle rivelazioni di Edward Snowden, non fa dormire sonni tranquilli a Enrico Letta e alla squadra di uomini incaricata di seguire i dossier più delicati. Ma il momento della verità si avvicina e stamattina, nella sala dei galeoni di palazzo Chigi, il premier porrà la questione sul tavolo direttamente con il segretario di Stato americano, John Kerry. Letta chiederà «spiegazioni » a Kerry prima che qualche discovery di documenti possa mettere in imbarazzo i due governialleati.
La mossa del premier italiano, obbligata alla luce del finimondo causato dall’articolo diLe Monde, appare tuttavia come un gesto politico privo di effetti concreti. Perché sono troppi gli interessi che legano i due governi e l’irritazione italiana, al momento, è destinata a spegnersi in un lago ghiacciato di real politik. Anche perché non è ancora emerso nulla che possa paragonarsi al caso francese. La verità, come spiega una fonte titolata di palazzo Chigi, è che «tutto quello che dovevamo e potevamo fare l’abbiamo già fatto». Ovvero già questa estate il capo del Dis, il dipartimento per le informazioni e la sicurezza (che coordina l’attività dei Servizi segreti per conto del presidente del Consiglio), l’ambasciatore Giampiero Massolo, si era attivato per sapere “ufficialmente” dagli americani se davvero le rappresentanze diplomatiche o altri target sensibili del nostro paese fossero stati oggetto di attenzioni particolari. E sia da parte della Cia a Langley, sia da parte della National Security Agency, oggetto dell’ultimo scoop del blogger Greenwald, era arrivata una risposta negativa. Massolo è ambasciatore di lunga esperienza, come sherpa italiano del G8 dell’Aquila ha conosciuto personalmente Obama e lo staff della Casa Bianca. E finora non ha ritenuto di intervenire ulteriormente. «Che altro dobbiamo fare? — si scalda la fonte che segue questa patata bollente — Mandare forse la portaerei Garibaldi davanti alle coste americane perché i francesi sono stati spiati?». I rapporti tra Roma e Washington, benché aleggi il timore di un’imminente bomba giorna-listica, restano sereni, anzi l’enfasi è ancora sulle cose che uniscono piuttosto che sui temi potenzialmente divisivi come quello delle intercettazioni illegali. «IServizi e la diplomazia americana — aggiunge chi sta maneggiando il dossier — stanno vivendo la loro Caporetto. È un disastro in tutto il mondo, dal Messico al Brasile, dalla Francia alla Germania. In questo momento drammatico, un governo amicocerca almeno di non infierire».
Non è un caso se le parole più dure sul nuovo Datagate siano arrivate ieri da personalità esterne al governo e all’orbita del premier. Come Massimo D’Alema, l’ex presidente del Copasir, che da Trento ha tenuto a precisareche il nostro governo «non ha mai concesso agli Stati Uniti di intercettare le telefonate dei cittadini italiani. Siamo un Paese sovrano e da noi non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura». Anche il garante della privacy, Antonello Soro, ha picchiato duro: «Il problema delle attività di spionaggio della Nsa rende indispensabile che il governo accerti, con tutti gli strumenti utili, se la raccolta, l’utilizzo e la conservazione di informazioni relative alle comunicazioni telefoniche e telematiche abbia coinvolto anche i cittadini italiani».
Letta sa che il tema sarà anche sul tavolo del Consiglio europeo di domani, visto che i francesi ci hanno già informato che non intendono mollare la presa. Ma con Kerry oggi il premier ci andrà leggero, chiedendo spiegazioni ma senza metterlo con le spalle al muro, specie dopo il calore inusuale con cui Letta è stato accolto la scorsa settimana a Washington. Anche il consigliere diplomatico del premier, Armando Varricchio, conferma che il colloquio resterà per quanto possibile su problemi comuni: «Dalla Libia alla Siria, dal Medio Oriente alla ripresa dei rapporti con l’Iran, l’Italia e gli Stati Uniti lavorano bene fianco a fianco su molti dossier strategici». Insomma, in questo momento Roma è consapevole di essere al centro di un’area geopolitica che è tornata ad essere cruciale per gli interessi strategici americani. E cerca un approccio morbido sul Datagate, che salvi almeno le forme.
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