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Dare e avere per un patto (vero) contro l’evasione

Il tema è molto delicato. E certamente scivoloso. Ma non può essere eluso o, peggio, affrontato superficialmente. Le giustificazioni che solitamente si danno all’evasione fiscale sono — ha ragione Carlo Cottarelli (Quattro scuse fasulle per non pagare le tasse, La Stampa, 11 dicembre) — niente altro che scuse. Per dirla con la Treccani: «motivi non veri o comunque secondari di un’azione o di un fatto». In breve, pretesti. Ma fare riferimento alla morale — e dunque alla nostra capacità di distinguere il bene dal male — per condannare l’evasione è forse un atteggiamento altrettanto fuorviante.

L’obbligo fiscale è un obbligo di legge e come tale va rispettato. Ma esso non ha vita propria. Si accompagna infatti – direi indissolubilmente – all’obbligo che lo Stato assume di prestare quelle attività e di fornire quei servizi che costituiscono il presupposto dell’obbligo fiscale. In questo senso, le tasse non sono né belle né brutte: sono solo un corrispettivo (e non ci si può stupire se qualche contribuente, sperimentando una qualità insufficiente dei servizi pubblici, provi una leggera irritazione). Molto correttamente, dunque, il Capo dello Stato ha sottolineato come evadere le tasse sia «indecente» in quanto implica sfruttare la lealtà fiscale altrui per fruire dei servizi pubblici senza sopportarne il relativo onere (anzi addossandolo ad altri).

Il ragionamento
Lo Stato — di cui riconosciamo tutti la necessità — è dunque niente altro che una controparte. Da cui pretendere il rispetto degli impegni così come, giustamente, lo Stato lo pretende da noi. Ed è qui che nasce il problema. Lo Stato — si dice — siamo noi o, se non siamo proprio noi, sono le persone che noi vogliamo che ci rappresentino. E dunque condivideranno le nostre aspirazioni ed i nostri desideri, o almeno, le aspirazioni ed i desideri della parte più rilevante di noi. Sta a noi quindi fare in maniera che lo Stato rispetti gli impegni assunti con noi così come noi riteniamo che debbano essere rispettati gli impegni assunti nei confronti dello Stato. E se ciò non accade, non possiamo far altro se non prendercela con noi stessi.

Sfortunatamente le cose non stanno così (e Carlo Cottarelli, per esperienza, non può non saperlo). La nostra controparte non ha, direttamente o indirettamente, i nostri obbiettivi. La classe politica, in buona misura, desidera essere rieletta o, quando sa di non poterlo essere, desidera prolungare per quanto possibile la propria esperienza.

La struttura burocratica, con rare eccezioni, desidera consolidare le ragioni della propria esistenza e garantirne la permanenza nel tempo. Sia l’una che l’altra desiderano poi ampliare le proprie aree di influenza, estendere le occasioni di intermediazione (e non a caso, quando così non è, parliamo di statisti e di servitori dello Stato). Obbiettivi – sottolineo – spesso e volentieri legittimi e, per certi versi, umani. Ma inevitabilmente in conflitto con gli obbiettivi dei cittadini cui interessa sostituire classi politiche inefficienti e/o incompetenti, limitare al necessario gli interventi burocratici, difendere e se possibile ampliare i propri – altrettanto legittimi – spazi di libertà e margini di scelta.

Chi vive in Italia non dovrebbe avere difficoltà a riconoscere i lineamenti di questo conflitto nelle nostre vicende quotidiane. Lineamenti particolarmente pronunciati negli ultimi decenni. In questo senso il voto – consapevole e lungimirante – non è sufficiente se non si accompagna (dopo il voto) ad una quotidiana difesa delle nostre libertà. Ad uno sforzo continuo inteso a ricondurre lo Stato nei confini definiti dalle attività per le quali vogliamo (ognuno con la propria testa) che uno Stato esista. Perché è bene sapere che la classe politica, la struttura burocratica quei confini cercheranno quotidianamente di varcare, sforzandosi di convincerci che ciò accade nel nostro interesse. Non diversamente da chi cerca di convincerci che, vendendoci qualcosa che non avevamo alcuna intenzione di acquistare, lo fa solo ed esclusivamente per il nostro bene.

La pressione fiscale è passata dal 43,5% degli anni immediatamente successivi alla crisi (2012-2013) all’attuale 42,2%. Se si tenesse conto della vera natura degli 80 euro (che sono pur sempre minori entrate e non maggiori uscite) la riduzione sarebbe leggermente più pronunciata (ma saremmo pur sempre al di sopra del valore della pressione fiscale osservato venti o venticinque anni fa). La cosa, però, ha poco o nulla a che fare con la lotta all’evasione. A stare ai Documenti di Economia e Finanza (nel migliore dei casi reticenti, per quanto riguarda questo aspetto) i proventi permanenti derivanti dall’attività di contrasto all’evasione (da destinarsi per legge — sottolineo, per legge — alla riduzione della pressione fiscale) sono stati pari, nello stesso periodo, allo 0,3% del prodotto. Noccioline (soprattutto se comparate alle roboanti conferenze stampa sul tema dei presidenti del consiglio pro tempore).

La compensazione
Dal momento che la spesa al netto degli interessi è passata da poco più del 46% a 45,5% circa del prodotto, è evidente che la riduzione della pressione fiscale – quando c’è stata – è stata ottenuta sfruttando i (temporanei) margini di manovra offerti dalla politica monetaria o in disavanzo (e cioè a debito). Un po’ di tasse in meno oggi ed un po’ di tasse in più domani. Sempre che — ipotesi tutt’altro che peregrina — i proventi derivanti dal contrasto all’evasione non abbiano preso la strada del Fondo per la riduzione della pressione fiscale ma siano andati invece contra legem a finanziare spesa corrente. Quale che sia la verità, l’esempio dovrebbe convincerci che la nostra controparte non è il massimo dell’affidabilità.

Ma non c’è bisogno di compulsare i Documenti di Economia e Finanza per capirlo. Lo Statuto del contribuente è la legge più violata dell’intero orbe terraqueo. Non dagli italiani ma dallo Stato italiano. La norma costituzionale sul pareggio di bilancio – che impone allo Stato di fare quel che noi facciamo ogni giorno (mettere da parte qualcosa per i giorni di pioggia) mentre noi (poveri gonzi!) siamo stati indotti a pensare che impedisca allo Stato di venirci in aiuto – è ancora più sofisticata: non è necessario violarla, perché basta non applicarla (come fino ad oggi è sempre accaduto). Non solo non accade nulla, ma gli applausi si sprecano.

Tutto questo, sia chiaro, non giustifica minimamente l’evasione dell’obbligo fiscale. Ma impone di aprire gli occhi. Di informarci. Di non fraintendere gli obbiettivi della nostra controparte e, tanto meno, di non sottovalutarne le finalità. Di non fargli sconti. Di pretendere che rimanga entro i confini di quella legge che siamo tenuti a rispettare.

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