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Danno morale oltre le tabelle

di Alessandro Galimberti

La liquidazione del danno biologico, anche se calcolata in applicazione delle "tabelle milanesi", non esclude per la vittima il riconoscimento ulteriore del danno morale.

A distanza di tre mesi dallo sdoganamento universale del "metro" del tribunale lombardo (sentenza 12408/11, depositata il 7 giugno), la Cassazione (Terza civile, 18641/11, depositata in cancelleria il 12 settembre) torna sul risarcimento da fatto illecito, per ribadire che né la giurisprudenza e neppure il corpo normativo hanno mai escluso la sussistenza di altre voci di danno, esistenziale o morale, accanto a quello biologico.

Il caso esaminato dai giudici della Terza riguardava la breve e dolorosa esistenza di un bambino, che a causa di un parto travagliato – e della colpa medica ricostruita e affermata nel processo – visse poco più di 11 anni con il 100% di invalidità. In primo grado il ginecologo e la Asl Liguria erano stati condannati a risarcire 1,2 miliardi di lire per il minore e 300milioni a testa i genitori, verdetto parzialmente rivisto in Appello, ma solo per trasferire integralmente il debito a carico del professionista. Alla Cassazione i legali del medico chiedevano quindi di riconoscere l'illiceità del risarcimento nella parte ulteriore rispetto alla liquidazione del danno biologico (per violazione dell'articolo 2059 del codice civile: «Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge»), ritenendo che «il danno non patrimoniale da lesione del diritto alla salute costituisce una categoria ampia e omnicomprensiva contenente tutti i pregiudizi patiti dal danneggiato».

Ma i giudici di legittimità, nel rileggere i repertori e anche gli interventi normativi successivi alla quattro famose sentenze delle Sezioni Unite sulla razionalizzazione dei danni non patrimoniali (dalla 26972 alla 26975 del 2008) hanno disatteso tutte le richieste del medico. Innanzitutto, scrive il relatore, le note tabelle milanesi, "universalizzate" a giugno dalla Cassazione stessa, non hanno mai cancellato il danno morale come «voce integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale», anche perché «non avrebbero potuto farlo senza violare un preciso indirizzo legislativo» intervenuto dopo le sentenze del 2008. Con i Dpr 37 e 191 del 2009, infatti, il legislatore ribadiva la differenza di principio tra le due voci di danno, impedendo solo (all'articolo 5) le duplicazioni risarcitorie; e se per il danno biologico il legislatore rinvia al Codice delle assicurazioni, per la determinazione del danno morale invece offre gli indicatori della «entità della sofferenza e del turbamento dello stato d'animo, oltre che della lesione alla dignità della persona (…) in misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno biologico».

Quanto alla giurisprudenza, numerose pronunce post-2008 hanno ribadito «il criterio della congiunta attribuzione del risarcimento da danno biologico e da danno morale liquidato», quest'ultimo in una percentuale del primo «salvo personalizzazione». La decisione 29191/08, per esempio, esclude che «possa qualificarsi il valore dell'integrità morale come una quota minore proporzionale al danno alla salute, sicchè vanno eslcusi meccanismi semplificativi di liquidazione di tipo automatico» che confinavano, nel caso di specie, il danno morale al 30% di quello biologico riconosciuto.

La Terza ha infine sottolineato, a proposito di un ulteriore motivo di ricorso nel caso dello sfortunato bimbo ligure, la «inconcepibilità di un'omessa liquidazione del danno morale nei confronti di un bambino per il quale i danni sofferti «si mostrano tra i più gravi che la persona possa subire per la concreta considerazione delle condizioni di vita del danneggiato direttamente derivanti dalle patologie accertate».

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