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Danni morali, indennizzi autonomi

La sofferenza ha un suo peso specifico rispetto al danno fisico e va risarcita autonomamente. Con la sentenza 22585, depositata ieri, la Corte di cassazione, nel decidere sulla liquidazione del danno in favore dei genitori di un ragazzo rimasto gravemente invalido in seguito a un’incidente, prende le distanze rispetto a quanto affermato dalle Sezioni unite del 2008 (sentenze 26972 e 26975).
Tali decisioni, risolvendo un lungo conflitto dottrinale e in seno alla stessa Corte, affermarono l’unicità del danno non patrimoniale e, soprattutto, esclusero che il così detto “danno morale” (o sofferenza transitoria) e il danno esistenziale (o lesione del semplice diritto di attendere alle occupazioni quotidiane) avessero una propria autonomia. Al contrario con la sentenza di ieri la Cassazione ha affermato, che nel comporre la sfera del danno risarcibile il giudice deve tenere conto «tanto dell’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale)».
Da più parti si è osservato che l’impianto del sistema di risarcimento del danno alla persona oggi si presta a forte conflitto sia in dottrina che nelle stesse sezioni della Corte di cassazione (altre recenti decisioni hanno, infatti, affermato la non risarcibilità in via autonoma di danno morale e danno esistenziale) al punto che la soluzione resa a sezioni unite nel 2008 appaia assai lontana se non nel tempo, invero nella maturazione del nuovo conflitto interpretativo che ha portato alla odierna decisone.
Le metodologie di calcolo del danno alla persona (le tabelle di liquidazione del danno biologico di legge ovvero elaborate dai tribunali) traducono in moneta i principi giuridici che stanno alla base della struttura del danno alla persona risarcibile. Tali valori economici hanno oggi un impatto assai rilevante sulla sfera macroeconomica del nostro Paese (si pensi alla correlazione diretta tra danni risarcibili e premi assicurativi).
Appare oggi chiaro (e la decisione in evidenza ne è prova) che nel nostro ordinamento si scontrino due anime parimenti degne di attenzione e interesse: quella finalizzata alla ricerca della pienezza del ristoro dei pregiudizi personali lesi dal fatto illecito e quella che tende a contemperare i risarcimenti in un contesto economico sostenibile.
La sentenza 22585 sembra privilegiare la tutela della complessità soggettiva del valore uomo, riaffermando la esigenza sentita di compensare non solo la lesione biologica in quanto tale, ma anche i riflessi che tale lesione abbia sulla sfera soggettiva più interiore, il valore morale della sofferenza e quello esistenziale della alterazione della vita quotidiana.

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