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Danni da affari illeciti, tramonta il risarcimento

di Debora Alberici  

Nei procedimenti penali contro le società instaurati in virtù del decreto 231 non è ammessa la costituzione della parte civile. E quindi tramonta la possibilità di risarcimento in favore di chi è stato danneggiato dall'affare illecito.

A questa amara conclusione è giunta la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 2251 depositata sabato 22 gennaio 2011, ha di fatto sbarrato le porte a ogni possibilità di risarcimento di quanti sono stati danneggiati da un'azienda sottoposta a responsabilità penale ai sensi delle norme della 231.

Resta comunque la strada della richiesta di risarcimento direttamente ai manager o ai vertici aziendali, se sottoposti contestualmente a procedimento penale.

Insomma Piazza Cavour ha limitato la portata applicativa di queste norme che avevano sconfessato l'antico brocardo latino per cui «societas delinquere non potest».

Perché niente risarcimenti? Molto semplice, sarebbe stata necessaria una disposizione ad hoc che la novella non contiene e che neppure, visti i principi fondamentali dettati dalla nostra Costituzione, sarebbe facile prevedere.

Infatti, la gestione dell'azione civile nel processo penale non è un principio fondamentale dell'ordinamento, ma costituisce uno “strappo” alla tradizionale separazione dei due, diversi giudizi. Il Dlgs 231/01 non contiene alcun riferimento alla costituzione di parte civile e, anzi, il testo fa di tutto per ignorarla: segno che – spiegano i giudici – non si tratta di una lacuna nella normativa ma che il legislatore ha scelto consapevolmente di derogare all'applicazione degli articoli 74 Cpp e 185 Cp nei procedimenti ex articolo D.lgs 231/01. Inutile, a questo proposito, dividersi fra chi sottolinea la natura formalmente amministrativa della responsabilità introdotta dalla novella e chi ne evidenzia il carattere sostanzialmente penale: si tratta di una contrapposizione che, seppure appassionante per la dottrina, non risulta decisiva per escludere o ammettere la costituzione della parte civile. La scelta del legislatore, fra l'altro, potrebbe essere spiegata nel senso che non si può individuare un danno derivante dall'illecito amministrativo che sia diverso dal reato. Insomma: senza una precisa base normativa va escluso che nel processo D.lgs. 231/01 possa trovare ingresso un'azione civile nei confronti dell'ente. In proposito, si legge in motivazione, “in questo approccio ermeneutico il punto di partenza non può essere che la constatazione che nel d.lgs. 231 manca ogni riferimento espresso alla parte civile. La sistematica rimozione porta a ritenere – scrivono i giudici nel passaggio successivo – che non sia sia trattato di una lacuna normativa quanto piuttosto di una scelta consapevole del Parlamento”. C'è di più. Neppure, hanno precisato gli Ermellini, l'articolo 2043 del codice civile, norma chiave in fatto di risarcimenti, avrebbe potuto essere d'aiuto per prevedere una valida costituzione di parte civile nel procedimento a carico della società. E questo perché la gestione dell'azione civile nel processo penale non è certo un principio generale dell'ordinamento, ma invece un'eccezione di principio di autonomia dei rispettivi giudizi.

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