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Danni allo Stato, condanne per 5 miliardi Ma in sei anni recuperati solo 68 milioni

È una presa in giro. Questo ti viene da pensare dopo aver scoperto che negli ultimi sei anni lo Stato, le amministrazioni locali e le società pubbliche hanno recuperato appena l’1,4 per cento della somma derivante dalle condanne della Corte dei conti per danno erariale. E fa ancora più rabbia se si pensa alle dimensioni di quella cifra, non lontane da quelle di una manovra economica. Fra il 2009 e il 2014 la magistratura ora presieduta da Raffaele Squitieri ha appioppato condanne per 4 miliardi 898 milioni 4.014 euro e 59 centesimi: ma del frutto dei procedimenti conclusi in quei sei anni, nelle casse pubbliche non sono entrati che 68 milioni 726.010 euro e 44. Questo significa che per ogni 100 euro di risarcimenti ben 98,60 non sono stati fisicamente pagati. 
Non hanno pagato i ladruncoli della cosa pubblica. Non hanno pagato gli amministratori incapaci, o peggio infedeli. Ma nemmeno gli evasori pizzicati a frodare il Fisco. Né i corrotti. Né i politici abituati a trattare il denaro di tutti come il denaro di nessuno. E se è inaccettabile che in un Paese con il record europeo dell’inefficienza amministrativa e della corruzione i disonesti la facciano franca perfino quando devono restituire ai contribuenti il maltolto, è inevitabile chiedersi di chi sia la colpa.
Da anni la Corte dei conti lancia l’allarme su una situazione che non soltanto priva l’Erario di incassi giganteschi, ma fatto ancor più grava alimenta il senso di impunità e dunque il diffondersi di comportamenti illegali nella pubblica amministrazione. Allarme, va detto con estrema chiarezza, rimasto sempre inascoltato.
Il fatto è che dopo aver emesso la sentenza di condanna la magistratura contabile non ha più alcun potere sulla sua esecuzione materiale. Quella tocca al soggetto pubblico danneggiato, che però non è sempre così solerte nell’aggredire il condannato. Per giunta anche la competenza a valle sull’esito materiale delle sentenze non è del giudice contabile, ma di quello ordinario. Capita spesso, e non per semplice sciatteria, che la pratica vada in prescrizione dopo che sono trascorsi i previsti dieci anni di tempo senza che sia stata messa in atto alcuna azione di recupero. Ci si mette poi la farraginosità delle procedure esecutive sulle proprietà immobiliari. Per non parlare dei furbi che quando arriva l’ufficiale giudiziario risultano nullatenenti perché hanno ceduto tutto al consorte o a un prestanome.
Che ci voglia del tempo per prendere i soldi è comprensibile. Lo dimostrano gli stessi dati elaborati dalla Corte dei conti, secondo cui negli ultimi sei anni sono stati recuperati in tutto 148,8 milioni, di cui 68,7 relativi alle condanne emanate nel periodo e ben 80,1 per le cause precedenti al 2009. Il problema è se esista sempre la determinazione necessaria, anche da parte di chi deve scrivere le regole. E qui qualche dubbio non può che venire.
Per esempio, poteva nell’Italia dei condoni non esserne previsto uno per il danno erariale? L’hanno fatto nel 2005, e se quel condono ha consentito di recuperare forse somme maggiori rispetto a quelle soggette con le procedure ordinarie, non c’è dubbio che per chi ha rubato 300 mila euro cavarsela pagandone sull’unghia 60 mila è stato un bel vantaggio. Ancora. Per quanto sia difficile da credere, i crediti che le amministrazioni e le società pubbliche vantano nei confronti di un soggetto privato condannato per danno erariale non sono privilegiati: vengono pagati alla fine, anche dopo i debiti con le banche. Il risultato è che quando il privato in questione fallisce è matematico che lo Stato non vedrà mai i soldi.
Da anni, dicevamo, la Corte dei conti si lamenta inascoltata di questa situazione. Eppure metterci rimedio non sarebbe così complicato. Basterebbe prendere seriamente in esame alcune proposte che vengono dalla medesima magistratura. Per prima cosa affermare il principio che il credito dello Stato per danno erariale è assolutamente privilegiato: chi mai potrebbe contestare una cosa del genere? Quindi abolire il termine di prescrizione decennale per le esecuzioni a carico dei condannati a risarcire i contribuenti. Ma anche affermare la competenza ad agire per il recupero al pubblico ministero contabile, il quale dovrebbe girare le somme incassate coattivamente al ministero dell’Economia, che a sua volta le riverserebbe alle amministrazioni. Inoltre, alla Corte dei conti si giudica opportuno introdurre alcuni accorgimenti per facilitare la riscossione delle somme. Si pensa a una procedura simile al patteggiamento nel giudizio penale, da cui sarebbero esclusi comunque i processi per appropriazione di denaro pubblico. Una ipotesi che secondo i magistrati contabili potrebbe anche contribuire a ridurre il numero dei procedimenti. Gli daranno mai retta a Squitieri e ai suoi?
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