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Dammi più fiducia e ti aiuterò a crescere

Offrono benefit flessibili, ascoltano e coinvolgono i collaboratori nelle decisioni e, naturalmente, garantiscono lo smart working. «Anche se oggi in Italia sta andando in scena un remote-working, forzato dalle necessità», afferma Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia, che ogni anno premia le migliori aziende in cui andare a lavorare, dopo una approfondita analisi di clima. Per il 2020 (ma la ricerca è stata realizzata prima che scoppiasse la pandemia) in testa alla classifica delle big, quelle con oltre 500 dipendenti, si piazza la filiale italiana di American Express, seguita dalla catena di hotel dell’Hilton mentre al terzo posto troviamo Msd Italia, la farmaceutica (consociata di Merck) guidata dall’amministratore delegato Nicoletta Luppi. Scendendo di categoria, tra le aziende medio-grandi (fino a 500 dipendenti) Cisco Systems, attiva nelle telecomunicazioni si impone davanti a Zeta service, altra realtà italiana guidata da una donna, Silvia Bolzoni, che gestisce buste paga e servizi professionali in outsourcing. Bandiera italiana invece in testa al terzo gruppo di imprese (fino a 150 dipendenti). Vince ancora Bending Spoons, davanti alle biotech Biogen e Zoetis (schede nelle pagine seguenti). Tra le small, podio per Cadence Design Systems, Mercedes-Benz CharterWay e R-Everse.

Il ruolo delle italiane
Questa graduatoria esce da una indagine che ha coinvolto 58 mila dipendenti di oltre 150 aziende: hanno risposto a un questionario anonimo sul clima aziendale: domande sulla fiducia nei manager, valutazioni sul proprio ufficio, giudizi su come l’azienda attira o trattiene i talenti oppure viene incontro a chi è in difficoltà, e così via. Non tutte, ma soltanto 60 organizzazioni sono entrate nel ranking. Molti i comparti, dalla finanza all’informatica, dai servizi alla manifattura. Aumenta il cosiddetto Trust index, cioè la fiducia verso capi e colleghi: va all’82% mentre era al 77% cinque anni fa. Quasi un terzo delle realtà nelle classifiche è a capitale totalmente italiano: crescono poco ma ogni anno. Sono lontani i tempi in cui il Great Place to Work era considerato un monopolio dei colossi multinazionali. Ma tutto questo, il sondaggio e l’elaborazione, è avvenuto prima del Covid-19. «Certo, questi dati non catturano l’effetto pandemico — spiega Zollo —. Credo che settori come turismo e retail subiranno forti impatti in termini di lavoro. Altri come l’information technology, il farmaceutico e la logistica vivranno un momento di orgoglio: tengono in piedi il Paese con il lavoro». Le cui modalità sono mutate radicalmente per il coronavirus: lo smart working oggi riguarda una popolazione stimata tra 6 e 8 milioni di persone mentre prima, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, interessava 570 mila lavoratori. Un balzo enorme. Eppure, il vero lavoro smart è un’altra cosa. «Manca la libertà di decidere dove lavorare e anche quando. Elementi fondamentali per stimolare creatività e innovazione». Senza queste due componenti, è convinto Zollo, le imprese non progrediscono.

Le buone pratiche
E qui torna fuori il Trust index. Gi esperti vedono una correlazione stretta con la crescita del fatturato per le aziende Great Place to Work. In pratica, nel corso degli anni, quelle realtà che a disposizione dei lavoratori mettono un bouquet di benefit flessibili, coinvolgimento nelle decisioni e capacità di ascolto, oltre a flessibilità di orario, vedono crescere il proprio giro d’affari. E in maniera più elevata rispetto alle medie dell’Istat. Per questo motivo l’attuale momento deve essere usato per fare leva su tre aspetti vincenti nel futuro: «Ascolto delle persone e dei loro bisogni. Ad esempio molti manager organizzano videochat con i collaboratori, questo fa sentire che l’azienda è vicina. Poi, bisogna puntare sul binomio persona-tecnologia: fornire gli strumenti giusti e la possibilità di innovare. Anche fuori dagli schemi». In attesa di ritrovarsi alla macchinetta del caffè, in ufficio.

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