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“Dall’Italia mi aspetto una prova di realismo”

Pochi indossano Chanel come Christine Lagarde. Giacca mélange e camicia bianca, la francese più potente del mondo si siede, elegantissima, sulla sedia di fronte a noi e si aggiusta brevemente una ciocca di capelli. La direttrice generale del Fondo monetario internazionale è venuta a Berlino a suggerire agli europei l’istituzione di un fondo di stabilità anticrisi. E in quest’intervista esclusiva con Repubblica, accetta anche di parlare delle elezioni italiane, di Trump, della Cina e del suo futuro.
Ultimamente lei sostiene, citando Kennedy, che “il tetto va riparato finché splende il sole”. Cosa vuol dire per l’Europa?
«Anzitutto che il sole splende.
Stimiamo un Pil in crescita nell’area euro del 2,2%, un risultato davvero buono. E si sta rafforzando. Ma per “riparare il tetto” occorrono tre mosse: completare il mercato unico dei capitali, in modo che le aziende possano trovare più facilmente dei fondi e gli investitori abbiano un portafoglio più ampio per gli investimenti. Secondo, va completata l’Unione bancaria, in modo che ci siano più sicurezza e stabilità nel sistema finanziario. Terzo, occorre creare un fondo comune per la stabilità fiscale per prepararci meglio ai “giorni di pioggia” che torneranno. Queste tre riforme-chiave sono indispensabili”.
Sono riforme importanti, ma economiche. Ne sono state fatte, anche durante la Grande crisi. Non pensa che l’eurozona sia ancora debole sul versante politico?Quanto è realistica l’idea di un ministro comune delle Finanze?
«Noi non riteniamo il ministro delle Finanze unico una priorità. Per noi le priorità sono le riforme che ho detto.
Rafforzeranno la crescita, la stabilità finanziaria e aiuteranno a prevenire la prossima crisi. Perché ci sarà. I politici devono sempre pensare che arriverà. E faranno meglio ad essere pronti invece di farsi sorprendere nel mezzo di una discussione».
In questi ultimi anni in Europa si è rafforzato molto il piano intergovernativo anche per come si è mossa Merkel – mentre le istituzioni europee sono diventate il capro espiatorio dei politici.
Non crede che questa dinamica sia pericolosa?
«Se lei guarda agli ultimi sondaggi, gli europei credono nell’eurozona, nella moneta unica. La considerano un’oasi di stabilità, rispetto ad altre aree del mondo, dove c’è molta meno affidabilità e stabilità.
Con tutti i suoi alti e bassi e la sua laboriosità nei processi, l’area euro ha almeno una direzione comune. E i cittadini lo vedono. Sanno che è un bene avere una moneta unica, potersi muovere liberamente all’interno di quell’area. Sanno che l’area euro è, di fatto, il futuro».
In Italia, un Paese tradizionalmente pro-europeo, le forze euroscettiche hanno conquistato oltre metà del Parlamento.
«Io spero molto che in Italia, come in altri Paesi, si capisca la necessità di rafforzare l’economia, anche per aiutare il discorso politico. Visto il momento, vista l’arena globale nella quale ci muoviamo, è estremamente importante che l’area euro sia resa più forte, più stabile e in grado di garantire prosperità e generare posti di lavoro, agevolando la nascita di imprese. Bisogna andare avanti».
Però alcuni partiti che hanno buone possibilità di governo hanno proposto di cancellare la riforma Fornero o di introdurre misure molto costose come il reddito di cittadinanza.
«Anzitutto: le idee politiche cambiano, nel tempo. E cambiano quando qualcuno arriva al governo e deve prendere decisioni per il proprio Paese. Chi governa capisce il rischio di creare instabilità, la necessità di una bussola o che non si possa spendere più di ciò che si incassa. Che le entrate contano quanto le uscite. E questa “prova di realtà” arriva sempre, quando si arriva al potere».
Passando all’ordine multipolare e al libero commercio che sono entrambi minacciati da Donald Trump, che preferisce intese bilaterali e protezionismo. Quanto è grande il rischio di una guerra commerciale?
«Una guerra commerciale sarebbe totalmente negativa.
Non ci sarebbero vincitori. Se guardiamo agli esempi di guerre commerciali nella storia, gli effetti sono devastanti. Quindi ci sono meccanismi, ci sono istituzioni e forum per discutere di commercio, eventualmente per cambiare i termini, quando non è equo o reciproco. Questo dovrebbe accadere. Spero che vada così».
Per molto tempo sulla globalizzazione c’è stata una narrazione fuorviante, soltanto positiva, che non ha preso in considerazione tutti i rischi, ad esempio per i Paesi avanzati.
«Ricordiamoci gli aspetti positivi. La globalizzazione ha tirato fuori centinaia di milioni di persone dalla povertà. E ha ridotto il costo della vita. Per le famiglie a reddito basso ha abbattuto i costi di un televisore o di un frigo o di un tavolo di due terzi. Anche nei Paesi avanzati. Però è vero che ci sono stati effetti negativi: settori e aree geografiche dove il lavoro è stato spazzato via, sulla scia delle nuove catene di valore, del vantaggio competitivo conquistato da altri Paesi. E i nuovi posti di lavoro nati in quelle regioni e in quei settori non sono sempre andati a beneficio a chi li aveva persi. È lì che dobbiamo concentrare gli sforzi e le risorse».
Anche sulla Cina si sta creando una narrazione un po’ naif di campione del mondo libero, mentre è un Paese protezionista che ha una valuta controllata e non garantisce molta reciprocità nel commercio.
«Credo che occorra andare a fondo di alcune questioni. Nei settori in cui sono stati rilevati problemi sulla proprietà intellettuale, sul trasferimento forzato di tecnologie o sulle condizioni scorrette, bisogna fare delle analisi approfondite.
E se questi problemi sono confermati, vanno trovati dei rimedi nelle sedi appropriate. E l’Organizzazione mondiale del commercio Wto è una di esse».
Ci sono anche i timori che ci possa essere una guerra delle valute, a causa delle dichiarazioni confuse dell’Amministrazione americana. Teme una guerra delle valute?
«No, non vediamo rischi del genere».
Lei prevede di poter tornare in Europa per un incarico politico?
«Certamente voglio tornare in Europa. Ma probabilmente non per avere un ruolo politico, bensì per occuparmi del mio giardino e per veder crescere i miei nipoti».

Tonia Mastrobuoni

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