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Dall’Irlanda all’Ungheria chi ostacola la tassa globale

Dopo lo storico annuncio di sabato dei ministri dell’Economia G7 su un primo accordo di tassazione globale sulle multinazionali al 15%, quanto ci vorrà affinché ciò diventi realtà? E quali sono gli ostacoli verso questo obiettivo?Non sarà una cosa facile. E nemmeno rapida. Il ministro dell’Economia italiano Franco ieri a Londra lo ha detto chiaramente: «Servirà qualche anno» affinché questa nuova tassa sia davvero operativa. Inoltre, al di là delle azioni di “lobby” che nel frattempo potranno scatenare i colossi del web coinvolti, una tassa del genere ha la massima potenza di fuoco solo se poggia sull’unanimità, o quasi, dei Paesi mondiali. Dunque gli ostacoli saranno molteplici.Il 30 giugno si incontreranno a Parigi i rappresentanti dei 139 Paesi dell’Ocse. Questo sarà un passaggio cruciale: perché se un accordo di massima tra i Grandi c’è già, bisognerà trovarlo anche con le nazioni medio-piccole. Qui l’Irlanda promette battaglia: Dublino negli ultimi decenni ha costruito le proprie fortune proprio sulla tassazione alle multinazionali del 12,5%. Ora però, a causa della ridistribuzione di circa 60-80 miliardi annuali di imposte che potrebbero essere recuperate dalla nuova tassa, l’Irlanda potrebbe perdere circa 2 miliardi di introiti all’anno, ma soprattutto non sarebbe più quel magnete che sinora ha attratto le multinazionali che oggi impiegano un irlandese su otte. Inoltre, alcuni Paesi meno grandi potrebbero essere non troppo convinti della normativa, sia perché hanno guadagnato con lo status quo sia perché le cento multinazionali colpite dalla nuova legge operano poco o nulla nei loro Paesi.È paradossalmente anche il caso della Cina, che ha i suoi colossi nazionali, digitali e commerciali: dunque la questione per Pechino è relativamente marginale. La posizione di Pechino resta un’incognita, anche considerate le tensioni degli ultimi tempi con l’Occidente. Così come l’atteggiamento che avrà la Russia.Nella scaletta delineata da Sette grandi, se tutto dovesse andare bene, ci sarà un annuncio di accordo dei ministri dell’Economia del G20 in un summit il 9-10 luglio, per poi essere “benedetto” da tutti i leader nel G20 di autunno. Poi però una misura del genere dovrà essere convertita in legge e qui, come ha confermato il Commissario per l’economia Gentiloni a Londra, entreranno in gioco anche i parlamenti nazionali.Come visto più volte in passato, in questi casi l’”imprevisto” è dietro l’angolo, soprattutto in Paesi che hanno goduto sinora di una bassa tassazione come l’Irlanda o l’Ungheria. Non solo. L’ostacolo maggiore potrebbe spuntare proprio negli Stati Uniti, che hanno spinto fortemente per questa legge, in luogo della digital tax degli europei specifica contro i Big Tech Usa: se le trattative si protrarranno oltre il novembre 2022, dopo le elezioni di medio termine americane ci potrebbe essere una maggioranza repubblicana in un ramo del Congresso, e molti repubblicani sono scettici verso la global tax. Inoltre, oltre al processo legislativo in sé, le modifiche ai trattati fiscali necessitano una mag gioranza di due terzi al Senato.«È un buon passo verso l’equità fiscale, ma c’è ancora molto da fare», avverte infatti il governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco al Festival di Trento. Soddisfatto anche il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti: «Sono assolutamente favorevole, così si riequilibrano i poteri ». Mentre il ministro della Transizione Ecologica Vittorio Colao ha risposto anche a quelle ong, come Oxfam, che ieri hanno criticato l’accordo perché il 15% sarebbe una soglia troppo bassa: «È invece l’inizio di un grande percorso: il 15% è intelligente perché così i Paesi più piccoli avranno un incentivo a partecipare ».

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