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Dall’Imu alle multe, ecco chi non paga

Nei conti pubblici la forbice che separa la teoria dalla realtà spesso si allarga in modo preoccupante. Anche nei Comuni questa distanza ha rappresentato finora la regola, perché un conto è prevedere di ricevere dai cittadini Imu e tributi vari, oppure le multe o le tariffe per i servizi comunali come gli asili nido, le mense o i trasporti scolastici e i canoni delle strutture per gli anziani, e un altro conto è incassarli davvero.

 

La riforma dei bilanci 
Nei bilanci locali la colonna delle entrate poggia sugli «accertamenti», cioè sulle entrate che si prevedono di raccogliere nel corso dell’anno; poi, nel consuntivo che si prepara nella primavera successiva, si verifica quanti di quegli euro sono arrivati nelle casse. A un certo punto, però, la realtà si prende le sue rivincite, e negli enti locali il momento della verità arriva quest’anno, con la riforma dei bilanci che impone di calcolare le mancate riscossioni degli ultimi anni e di costruire un fondo di garanzia per coprire i buchi che si creano quando gli incassi sono previsti sulla carta ma non arrivano nella cassa. Il tema è tecnico ma il principio è chiaro: più è stata ampia la distanza fra le previsioni e gli incassi veri, più grande deve essere il fondo di garanzia, in cui vengono assorbite risorse che quindi non si possono utilizzare per la spesa corrente.
Per capire che non si tratta di un tema riservato ai ragionieri basta un’altra considerazione semplice: bilanci a parte, per gestire la spesa per i servizi e i pagamenti ai fornitori servono soldi veri, per cui un euro non versato per l’Imu o per una multa rischia spesso di trasformarsi in un euro in più chiesto ai contribuenti che pagano in modo puntuale.

 

I numeri
Come sempre accade quando si guarda ai conti locali, la realtà italiana mostra distanze siderali fra Comune e Comune, ma sono parecchi i numeri preoccupanti. Il parametro ufficiale, costruito per distribuire un po’ di premi e di penalità ai sindaci in base alla loro capacità di riscuotere le entrate, considera tutti gli incassi realizzati in cinque anni, dal 2008 al 2012, e li mette a confronto con le previsioni dello stesso periodo. Questo indice è “benevolo”, perché nel calcolo rientrano anche le riscossioni relative ad anni precedenti, ma nonostante questo ci sono casi in cui gli incassi mancati hanno comunque ruoli da protagonista: in un centinaio di Comuni si arriva a perdere per strada più del 30% delle entrate previste, e in questo gruppo rientrano anche quattro capoluoghi di Provincia, fino al caso limite di Reggio Calabria e Cosenza: in quest’ultimo caso, le riscossioni effettive nel quinquennio si sono fermate al 57,2% della cifra «accertata», cioè messa a bilancio, negli stessi cinque anni.
Ma per misurare in modo più puntuale la febbre delle casse locali è utile guardare alla situazione di un solo anno, per calcolare quante entrate vengono davvero raccolte nel periodo in cui sono previste: per capire, in altre parole, se l’Imu, la tassa di occupazione del suolo pubblico, le tariffe per il trasporto pubblico o la mensa o le multe sono pagate puntualmente, oppure si trasformano negli arretrati che il linguaggio contabile chiama «residui attivi». Si tratta di una montagna di soldi che nei consuntivi del 2013, cioè gli ultimi disponibili perché quelli dell’anno scorso si stanno scrivendo in queste settimane, vale secondo la Corte dei conti 32,4 miliardi di euro (solo per la parte corrente, perché gli investimenti seguono dinamiche diverse).

 

Il nodo «extratributarie»
È questo il numero chiave, perché – come accennato sopra -sono gli «accertamenti» ad autorizzare le spese, ma sono gli incassi effettivi a finanziarle davvero, per cui le mancate riscossioni si possono trasformare in buchi di bilancio oppure in ritardi nei pagamenti. La questione non è da poco. Come mostrano i calcoli elaborati da Lg-Net e dal Sole 24 Ore e riportati nelle tabelle qui accanto, nel 2013 i Comuni hanno incassato in media:
il 70% dei tributi scritti nei bilanci (escludendo dal conto il fondo di solidarietà comunale, che è alimentato dall’Imu ma sostituisce nei fatti i vecchi trasferimenti statali per cui non presenta problemi di riscossione);
il 50% di multe e tariffe, cioè delle «entrate extratributarie», nella speranza di recuperare il resto negli anni successivi.
Gli inciampi più consistenti si incontrano proprio nella colonna delle «extratributarie», il lungo elenco di voci che comprende le multe e tariffe per i servizi locali, ma anche una parte delle tariffe rifiuti che negli anni sono cambiate quattro volte. Ancora una volta il problema si concentra soprattutto a Sud, da Cosenza che incassa solo il 16% di quanto previsto ad Agrigento che non arriva al 19%, mentre a Catanzaro, Reggio Calabria, Catania o Trapani si oscilla fra il 23 e il 25 per cento. Queste cifre, però, indicano solo i casi limite all’interno di un problema più diffuso. A Napoli la macchina della riscossione è riuscita a raccogliere nel 2013 il 36,4% delle multe e delle tariffe «accertate», Roma ha arrancato fino al 43,1%, e sono 30 i capoluoghi che non arrivano al 50 per cento. Diverso è il caso di Comuni come Milano o Brescia, il cui dato è influenzato in negativo dall’aver già avviato in via sperimentale nel 2013 la riforma della contabilità (per una questione tecnica il debutto gonfia la colonna degli accertamenti) ma mostrano nonostante questo percentuali decisamente migliori. Il problema, insomma, ha una geografia chiara, e si concentra a Sud dove sono più frequenti anche i casi di crisi di liquidità e dissesto dei Comuni: perché anche in un complicato Paese come il nostro, più delle regole contabili è la realtà della cassa ad avere l’ultima parola.

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