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“Dall’Eurotower troppe diffidenze sugli istituti italiani ci faremo sentire”

Marcello Sala, 46 anni, vicepresidente vicario del Consiglio di gestione e titolare di relazioni e progetti internazionali di Intesa Sanpaolo, tira una riga: la Bce non deve dare l’impressione di vigilare sulle banche italiane usando meno riguardi e dando meno certezze di come accade per altri Paesi.
Davide Serra dice che i consigli delle banche italiane gli ricordano il Museo Egizio. Che ne pensa?
«Al di là della battuta, un tema generazionale esiste. Forse oltre le quote rosa nei consigli d’amministrazione delle imprese italiane, valeva la pena di mettere anche le quote giovani. Io sono entrato in consiglio di Intesa Sanpaolo a 38 anni e questo è un segno che già allora la politica di ricambio generazionale era iniziata. Siamo l’unica banca in Europa che vedrà nel giro di un anno e mezzo un ricambio di tutta la prima e seconda linea del management. Certo più in generale il tema generazionale esiste, fa parte dell’insieme di cose in cui l’Italia deve fare passi avanti. Ma qualcosa si muove ».
Dai vertici dell’Associazione bancaria italiana filtrano proteste sulla vigilanza della Bce. Cosa non vi va bene?
«Con l’unione bancaria e la vigilanza alla Bce una serie di cose dovranno cambiare. Il fatto stesso che sia un’associazione di categoria nazionale come l’Abi a reagire a nome di banche vigilate in Europa, fa capire che qualche tipo di modifica è necessaria. Se devo vedere la mia o altre banche interloquire con la Bce, penso che debba accadere attraverso una sorta di Abi europea. La Federazione bancaria europea esiste già. Ci sono le grandi banche che hanno le stesse nostre necessità e gli interlocutori istituzionali saranno più attenti a quel richiamo. C’è chi è sottoposto alla vigilanza diretta della Banca d’Italia e chi alla Bce. Probabilmente servirà un riassetto anche nelle nostre rappresentanze di categoria ».
Pensa a un club di grandi banche in Europa, lasciando le associazioni nazionali alle medio-piccole?
Intesa Sanpaolo è la quarta più grande banca dell’area euro come valore di mercato. Immagino che, di fronte alla Bce, debba dar voce alle proprie istanze con le altre tre banche europee più grandi di lei e le cinque meno grandi».
Perché all’Abi si protesta per la vigilanza Bce?

«È una richiesta di tutela non infondata. Occorre un lavoro congiunto dei gruppi bancari perché esprimano la richiesta alle istituzioni politiche italiane e ai rappresentanti italiani dentro le istituzioni europee di far sentire di più la propria voce».

Ma qual è il punto che non vi va bene?
«Un settore come le banche è parte di “made in Italy” così come la moda o meccanica di precisione. Credo debba essere tutelato come altri produttori di questo Paese. E non lo è, perché per esempio noi di Intesa Sanpaolo usciamo dagli esami europei del 2014 come migliori della classe in Europa in termini di capitale, eppure, teoricamente, siamo soggetti alla possibilità che da un momento all’altro ci cambino i requisiti di capitale, o ci vengono messi degli addon, delle ulteriori richieste di capitale. C’è molta incertezza».
Intende dire che da quando la vigilanza è passata a Francoforte manca
la certezza del diritto?
«Probabilmente dovrebbe esserci un po’ di più di certezza. A maggior ragione con i risultati che una banca come la nostra ha ottenuto nelle valutazioni dei regolatori europei. Si direbbe quasi che l’essere una banca italiana sia in sé una difficoltà. Non so se esista un problema di fiducia verso l’Italia, ma la percezione che ci sia minore rilassatezza nella relazione rispetto alle banche di altri Paesi si avverte».
Sta dicendo che le banche italiane su biscono a Francoforte un trattamento discriminatorio?
«A volte viene da pensarlo. Ma anche qui, in Italia dobbiamo capire bene i cambiamenti. Il processo di revisione e valutazione prudenziale degli istituti guarda molto anche alla governance delle banche ed ai loro modelli di business. E per questo i joint supervisory team , le squadre plurinazionali della vigilanza, intervistano i singoli consiglieri. Dobbiamo essere preparati e spiegare adeguatamente i punti di forza delle nostre banche e dell’Italia. Noi facciamo ogni giorno un lavoro onesto a sostegno dell’economia. Non capisco, né condivido, la diffidenza di cui siamo oggetto nel Paese».
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