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Dall’Europa ai Brics: i Paesi apripista sul bonus ricerca

Crediti d’imposta e super deduzioni. Dalla Francia al Canada, dal Brasile alla Cina, per attrarre capitali stranieri i Governi giocano la carta degli incentivi agli investimenti in ricerca e sviluppo. Mentre in Italia continua il braccio di ferro tra le ragioni della crescita e quelle del bilancio – con il bonus ricerca che fatica a vedere la luce per mancanza di coperture -, in altri Stati sono offerti consistenti aiuti alle aziende che scommettono sull’innovazione. E anche in tempi di crisi, ci sono Paesi che hanno allargato il raggio d’azione: il Portogallo, per esempio, nel 2011 ha esteso il credito d’imposta del 32,5% fino al 2015 e quest’anno ha aumentato il range delle spese agevolabili.
Il modello esemplare – secondo uno studio di Sts Deloitte – è quello canadese, che prevede un credito d’imposta federale del 20% per tutti i costi di ricerca e sviluppo sostenuti dalle imprese. «Un sistema – spiega Alessandro Lualdi, partner di Sts Deloitte – che abbina stabilità della normativa, facilità di accesso agli incentivi e controlli ex post rigorosi che evitano gli abusi». In Europa, si distingue la Francia (che investe il 2,26 del Pil in R&S, contro l’1,26% dell’Italia) con un credito d’imposta a quota decrescente: 40% per il primo anno, 35% per il secondo e 30% a regime, oltre a incentivi in denaro per attività di ricerca.
I Paesi emergenti, invece, puntano su super deduzioni ed esenzioni fiscali. Il Brasile sconta fino al 180% dei costi in ricerca e sviluppo sostenuti dalle imprese e un ulteriore sconto del 20% sui brevetti registrati, mentre la Cina non applica la “business tax” a chi trasferisce sul proprio territorio tecnologie avanzate, offre esenzioni fiscali a società hi-tech e software house appena insediate, oltre a una deduzione del 150% delle spese di ricerca.
Il Sudafrica prevede un ammortamento “sprint” per gli investimenti in R&S, mentre in Russia c’è l’esenzione totale dall’Iva per lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie, o per il miglioramento di quelli già esistenti.
«Modelli allettanti – sottolinea Lualdi -, ma che sono ancora in una fase pionieristica: le barriere all’ingresso sono alte, con l’obbligo di chiedere un nulla osta del Governo per poter realizzare gli investimenti».
E l’Italia? A livello nazionale esiste un credito d’imposta per le imprese limitato alle sole attività svolte con università ed enti pubblici di ricerca con una spesa autorizzata di 484 milioni di euro per il 2011-2014. In Francia gli stanziamenti annuali per il credito d’imposta sono arrivati anche a 5 miliardi di euro.
«L’elemento che più penalizza il nostro Paese – commenta Lualdi – è la difficoltà di programmazione per le costanti incertezze in termini di norme e di risorse disponibili. Tutto ciò si riflette negativamente sulle scelte di nuovi investimenti, compresi quelli in ricerca e sviluppo. All’estero, soprattutto in materia di agevolazioni alla ricerca, ci si avvale di una solida programmazione, che consente agli operatori di valutare in anticipo le proprie scelte». E i numeri snocciolati di recente dal Comitato investitori esteri di Confindustria evidenziano che l’Italia attrae pochi capitali dall’estero (tra il 2005 e il 2011, il flusso di investimenti è stato di 22 miliardi di dollari, contro i 61 della Francia e i 116 della Gran Bretagna) e solo l’8% in attività ad alta specializzazione.
Nella bozza del decreto Sviluppo il bonus ricerca è stato progressivamente ridimensionato in termini di massimali, requisiti e coperture. In attesa dei possibili interventi di questa settimana, dal mondo accademico arrivano proposte per favorire da un lato l’attività di R&S delle imprese e dall’altro la carriera dei ricercatori. Secondo Dario Braga, prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna «in un momento come quello attuale limitare la platea dei beneficiari è particolarmente problematico, però è importante che venga riconosciuto il contributo che i dottori di ricerca portano alle aziende sul terreno dell’innovazione dopo tre anni di ricerca accademica». Sulla stessa linea Paolo Gubitta, direttore del dipartimento di Organizzazione aziendale dell’università di Padova: «Il bonus ricerca è il classico strumento fiscale che può accelerare l’iniezione di capitale umano qualificato nelle imprese». E aggiunge una proposta: «Perché non assegnare il bonus direttamente al ricercatore? In questo modo aumenterebbe il suo appeal sul mercato, offrendo non solo competenze, ma anche una convenienza fiscale all’azienda che deciderà di assumerlo».

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