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Dall’elusione fiscale all’Irap, il contribuente perde sempre

Dove non c’è una legge a garantire un sicuro gettito fiscale in relazione a molte operazioni dei contribuenti, interviene la giurisprudenza coniando dei principi e colmando vuoti normativi che tutelano più di tutti l’Agenzia delle entrate.

Il caso più eclatante, anche se gli imprenditori italiani non ne hanno ancora preso coscienza, è senz’altro quello dell’elusione fiscale (Sezioni unite della Cassazione sentenza 30055 del 2008).

Nata con l’intento di bocciare operazioni commerciali che, nonostante lecite sul piano legale, hanno come unico scopo l’indebito risparmio d’imposta, ora, a partire dall’inizio del 2013, ha allungato i suoi tentacoli fino a limitare i contratti e gli accordi fra privati, perfino in ambito familiare, posti in essere dai contribuenti per ottenere qualche «sconticino» sulla pressione fiscale.

Per non parlare dell’Irap, imposta contestata dai professionisti italiani perché vista come una duplicazione dell’Iva.

Ma nulla da fare: anche la Corte di giustizia ha sdoganato il tributo e, in assenza di una legge che legittimasse il pagamento da parte dei piccoli autonomi, è intervenuta la Cassazione a coniare il concetto di autonoma organizzazione. Chi possiede poco più del minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività versa l’imposta. Ma qui le incertezze si fanno più grandi che in altri campi. Il concetto di autonoma organizzazione oscilla fra Collegi che vi comprendono anche collaboratori e altri che ritengono irrilevanti perfino i dipendenti se il costo del personale resta contenuto.

L’ultima novità arriva proprio in questi giorni (sentenza n. 24016 del 23 ottobre 2013). In barba a molte decisioni di Ctp e Ctr con le quali il procedimento di accertamento basato sugli studi di settore viene reso sempre più complesso per l’amministrazione finanziaria, costretta ad adattare gli standard alla singola realtà economica dei contribuenti, la Cassazione intreccia il concetto di antieconomicità e di studi rendendo possibile l’emissione dell’atto impositivo delle maggiori imposte sui redditi a carico degli autonomi solo per il comportamento fuori dalle regole commerciali. Molto più complessa, in questo modo, la difesa del contribuente dall’applicazione dei parametri. Secondo il nuovissimo approdo della sezione tributaria assume certamente valore significativo, sul piano indiziario e presuntivo, il comportamento antieconomico del contribuente, concretatosi nella dichiarazione, di un reddito nettamente inferiore ai costi sostenuti per il personale dipendente e per compensi corrisposti a terzi. E non ci sono dubbi, afferma ancora la Cassazione, che, in caso di accertamento induttivo fondato su studi di settore, l’ufficio ben possa fondarsi anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente.

Fra l’altro la tesi stride con il principio generale applicato e richiamato dalla Cassazione anche in questa decisione secondo cui l’avviso di accertamento non può fondarsi sul mero scostamento dei dati dichiarati dal contribuente rispetto a quelli relativi alla media del settore, dovendo l’amministrazione suffragare la pretesa con ulteriori elementi e indizi idonei a dimostrarne l’attendibilità.

Ma non è ancora tutto. Dove la legge non arriva con una norma la giurisprudenza arriva a bacchettare i contribuenti legittimando numerose procedure di accertamento. Chi trasferisce capitali all’estero, Vaticano incluso, ha l’obbligo di dichiarazione altrimenti incorre nelle sanzioni fiscali. Ciò anche se è un mero «postino» del denaro. Lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza n. 24009 del 23 ottobre 2013. Al di là della valutazione morale dei comportamenti dei contribuenti che dribblano i versamenti nelle Casse dell’Erario, c’è da sottolineare come in Italia, al di là di una legge, sia ormai tutto possibile con l’aiuto dei giudici.

Stesso discorso vale per il transfert pricing: le cessioni di beni a prezzi agevolati nell’ambito di una multinazionale non possono andare a scapito delle Casse del fisco italiano che quindi può rideterminare il cosiddetto valore normale sulla base del mercato interno, anche se la casa madre è straniera.

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