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Dalle scadenze al credito, cambiano i rischi per le toghe

Se si chiede a un avvocato in che cosa consista il rischio della sua attività, risponderà probabilmente che soffre della complessità delle questioni, della selva di norme e delle tagliole procedurali che complicano il cammino delle pratiche affidategli dai clienti.

In particolare, se quell’avvocato è un civilista che si dedica prevalentemente al contenzioso, avrà in mente scadenze, abbreviazioni, capziosità delle procedure e persino lo smarrimento di documenti e pratiche nei meandri del suo studio o delle cancellerie. Se si pone lo stesso quesito a un avvocato d’affari, che nei tribunali non mette piede, dirà che il rischio è rappresentato dagli esiti delle negoziazioni, dai conflitti di interesse, dalle falle nel muro della riservatezza, dalle emotività e oscillazioni del mercato e della borsa e dai mutamenti dello scenario politico.

Raramente un avvocato dirà che il suo rischio professionale riguarda l’aggressività dei concorrenti o la difficoltà di controllare i flussi di cassa, o di prevedere se il miglior cliente dello studio lo abbandonerà perché insoddisfatto o fallito per la crisi o acquisito da una multinazionale. Né dirà che il problema è la difficoltà di accesso al credito e la carenza di liquidità per investimenti in marketing e pubbliche relazioni.

In realtà il rischio, per il professionista, si annida sia negli elementi di contenuto, sia negli aspetti organizzativo-finanziari, ma questi non sono sempre considerati appieno. Per queste (e per altre) ragioni, l’esercizio dell’attività in forma collettiva consente allo studio di esporsi meno e di affrontare, con procedure e polizze assicurative condivise tra gli associati, l’andamento altalenante del mercato dei servizi legali. Infatti, secondo una ricerca condotta sugli studi milanesi nel 2009, i maggiori rischi sono, nell’ordine: i mancati incassi, la maggiore concorrenza, l’erosione dei margini di profitto, il crescente fabbisogno finanziario dello studio e la difficoltà di accesso al credito. È strategico procedere a una valutazione dei rischi connessi a ciascuna pratica, indagando i tempi di lavorazione e gli oneri finanziari, per valutare a priori le possibilità di successo in relazione al tempo e armonizzare a questo rischio anche le formule e l’entità dei pagamenti da parte del cliente.

A questi rischi va aggiunto quello di incorrere in errori. L’esperienza degli altri Paesi ha dimostrato, paradossalmente, che l’arrivo della polizza assicurativa obbligatoria, per quanto rappresenti una sacrosanta tutela del cliente, abbia l’effetto di aumentare i rischi connessi all’attività professionale. Da un lato, infatti, la minore tensione al controllo, determinata dalla copertura assicurativa, fa trascurare procedure di revisione e qualità nelle pratiche meno impegnative; dall’altro, la consapevolezza che tutti gli avvocati sono assicurati fa lievitare, almeno fino a un successivo assestamento, il contenzioso promosso dai clienti insoddisfatti, deteriorando così i già difficili rapporti tra la categoria forense e la sua clientela potenziale. Saranno invece favoriti i rapporti con le banche, per le quali la polizza è un indice positivo per concedere il credito.

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