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Dalle multinazionali italiane ricavi esteri per 386 miliardi

di Attilio Geroni

A essere multinazionali ci si guadagna. Più che a non esserlo, nonostante non sia indispensabile avere una taglia extra-large per rientrare nella categoria dei "privilegiati": si può infatti essere una grande, medio-grande o piccola multinazionale e beneficiare comunque, in termini di crescita del fatturato, dell'esposizione strutturata sui mercati esteri.

L'Istat ha analizzato il comportamento delle nostre imprese con spiccata vocazione (e presenza) internazionale in un rapporto che mette in evidenza tendenze interessanti e tutto sommato rassicuranti. Nel periodo preso in esame, che va dal 2008 al 2010, per toccare il 2011 in termini di aspettative, le nostre multinazionali industriali hanno segnalato dopo la crisi una ripresa della loro attività più accentuata all'estero (40% delle imprese sondate) rispetto all'Italia (20%).

Va da sé che più si è grandi più si è mostrata grande la volontà di espandersi all'estero, nel biennio 2009-2010: un terzo dei principali gruppi multinazionali (fatturato superiore ai 500 milioni di euro e/o 20 o più controllate estere); un quinto delle medie (fatturato tra 50 e 499 milioni, tra 5 e 19 controllate estere); e solo un decimo delle multinazionali cosiddette tascabili, ovvero con fatturato inferiore ai 50 milioni e/o meno di 5 controllate all'estero. A titolo d'esempio, i due casi aziendali in pagina, Camozzi e Zignago Vetro, classificabili come multinazionali medio-grandi per fatturato, hanno continuato a investire sull'estero con operazioni recentissime (rispettivamente Vietnam e Polonia) nonostante la crisi e i suoi postumi.

La geografia di questo made in Italy stabilmente radicato e ramificato su scala globale, vede la presenza di 21mila unità estere con 1 milione e mezzo circa di addetti e un fatturato di 386 miliardi di euro spalmato su 150 paesi. I servizi non finanziari rappresentano il settore numericamente più importante, con oltre 12mila controllate straniere, ma il peso economico di maggior rilievo, con un grado di internazionalizzazione quattro volte superiore, è quello industriale: 7.745 unità, 190 miliardi di fatturato e 845mila addetti.

Dove si è giocata e si gioca la grande partita dell'industria italiana oltreconfine? In Romania, Brasile e Cina per numero di addetti, mentre i servizi si concentrano nelle economie più mature come Stati Uniti e Germania. I settori industriali a maggior tasso di internazionalizzazione sono l'estrazione dei minerali, la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche e di mezzi di trasporto.

La dimensione media delle nostre controllate estere è inoltre largamente superiore a quella delle imprese residenti in Italia, con 71,3 addetti contro quattro. Forte è la vocazione all'export, segno che le unità produttive non servono solo il mercato di residenza, ma rappresentano basi per vendere in altri paesi, Italia compresa. La quota di esportazioni è particolarmente elevata nelle industrie conciarie, nella fabbricazione di prodotti in cuoio e pelle (82,4%) e nelle industrie tessili (71,8%).

Come già dimostrato in altre analisi, il costo del lavoro – piramide che vede al vertice quale paese più conveniente la Cina, con 2700 euro procapite nel 2008, e il Belgio, alla base, che è il più caro con oltre 58mila euro – non è il vantaggio competitivo più importante riscontrato dalle multinazionali a controllo italiano. I principali benefici sono, nell'ordine, la possibilità di accedere a nuovi mercati e la disponibilità di servizi in loco per la clientela (77,3%), logistica e distribuzione (53,1%). Il costo del lavoro viene al terzo posto (42%).

Visto che la crescita bisogna andarsela a cercare sempre più lontano, è abbastanza naturale, come rileva lo studio Istat, osservare una dinamica occupazionale più vivace nelle controllate estere che non a casa propria. Sui 2mila dipendenti del gruppo Camozzi, circa la metà è nelle controllate estere.

 

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