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Dalle materie prime guadagni record per le grandi banche

Le materie prime – soprattutto l’oro e il petrolio – sono tornate a regalare soddisfazioni alle poche banche che non hanno ancora abbandonato il campo. Nel primo semestre i profitti netti derivanti da questo settore sono quasi raddoppiati per i dodici big europei e statunitensi monitorati da Coalition, raggiungendo 3,8 miliardi di dollari: una cifra molto vicina a quella dell’intero 2019. Si tratta tutto sommato di un business di nicchia, ma il risultato è una nota positiva in un periodo difficile per gli istituti di credito, molti dei quali sono oggi nell’occhio del ciclone in Borsa per l’inchiesta che ha svelato migliaia di operazioni di sospetto riciclaggio.

È stata soprattutto la volatilità dei mercati, sfociata in situazioni estreme a causa del Covid19, a favorire il trading di materie prime. E la tendenza positiva sembra avviata a proseguire, tanto che il 202o potrebbe essere un’annata record, addirittura «la migliore da un decennio» secondo Amrit Shahani, direttore della ricerca di Coalition. Nel 2011 le commodities avevano generato 7 miliardi di dollari di profitti per le banche, un risultato mai più eguagliato, benché lontano dal picco di 15,9 miliardi del 2008.

La crisi finanziaria globale e le normative sempre più stringenti intervenute a regolare questo e altri mercati hanno portato a un forte ridimensionamento del settore, in termini di redditività e non solo. Molti istituti – delusi dalle performance del mercato e costretti ad operare in modo più complesso e costoso – hanno preferito ritirarsi, chiudendo i desk specializzati o limitando le attività. I profitti da materie prime erano crollati a un minimo di 2,5 miliardi nel 2017, prima di rimbalzare a 3,6 miliardi nel 2018 e a 4 miliardi nel 2019.

Quest’anno la pandemia da coronavirus ha offerto opportunità inedite e davvero ghiotte per i big rimasti attivi nel settore, come JP Morgan o Goldman Sachs. Il petrolio Wti per la prima volta nella storia è addirittura crollato a quotazioni sotto zero ad aprile, mentre sul mercato dell’oro si sono create distorsioni anomale, come la forte divaricazione dei prezzi tra Londra e New York, legata alla difficoltà di trasferire lingotti. Anche il boom degli Etf sui metalli preziosi è stato una manna dal cielo, non solo per le banche emittenti, ma anche per quelle che gestiscono caveau, come Hsbc, che insieme ai due colossi Usa rientra nella rosa di istituti monitorata da Coalition (gli altri sono Bank of America, Barclays, Bnp Paribas, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Morgan Stanley, Société Générale e Ubs).

Il mondo delle materie prime non è comunque tutto rose e fiori per le banche. Al contrario. Molti istituti – soprattutto in Europa – oggi sono in fuga dal commodity trade finance, segmento di attività indispensabile per gli scambi commerciali, che comprende ad esempio la concessione di lettere di credito. La stessa Coalition afferma che i profitti derivanti da queste operazioni sono crollati del 29% nel primo semestre di quest’anno. Ma è soprattutto il livello di rischio a spaventare dopo una lunga serie di scandali e malversazioni emersi negli ultimi mesi, a cominciare dal crac della Hin Leong Trading di Singapore, che ha comportato pesanti perdite per i creditori. Ad agosto Abn Amro, storico protagonista del settore, ha annunciato che chiuderà le attività di commodity trade finance. Una revisione sarebbe in corso anche da parte di Bnp Paribas e Société Générale.

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