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Dalle Ferrovie alle Poste la frusta dei rinnovi anticipati

A scorrere l’elenco del Tesoro alla voce «società direttamente controllate con organi sociali da rinnovare nel corso del 2015», dopo la tornata di nomine della scorsa settimana che ha riguardato Enav, Consip, Sogei e Invimit, ormai si trova ben poco. Certo, c’è il consiglio di amministrazione della Rai, quello della controllata di Ferrovie, Trenitalia, e poco altro. Eppure sono in tanti i manager di società in qualche modo pubbliche a trattenere il fiato, aspettando le prossime mosse di Matteo Renzi, tornato «rottamatore». 
Quell’elenco stilato in tv delle società promosse («Enel va alla grande, Eni è la più grande azienda del Paese con prospettive di sviluppo meravigliose, Finmeccanica mi rende molto orgoglioso»), seguìto dalla «sentenza» su Cassa Depositi e Prestiti, di cui «dobbiamo cambiare cinque consiglieri e questo porta a far decadere l’intero cda», è destinato a cambiare le carriere di molti «boiardi di Stato». Il fatto che il premier possa avocare a sé la possibilità di troncare, sia pure con artifici tecnici, quali la procurata decadenza del cda, il mandato di un manager appena nominato da lui stesso, è un fatto nuovo. E getta scompiglio un po’ ovunque.
A piazza della Croce Rossa, sede delle Ferrovie, ad esempio, ieri si interrogavano se le battute al vetriolo fatte da Renzi, sempre in tv, sui treni regionali non fossero un messaggio in codice diretto ai vertici del Gruppo nominati appena un anno fa: Marcello Messori, presidente, e Michele Elia, ad, in scadenza nel 2017 e alle prese con una privatizzazione davvero difficile. E l’assenza nell’elenco delle società che «passano il turno» di Poste, anch’essa incagliata nella stessa problematica, a alcuni non è parsa casuale. Saranno queste le prime società a assaggiare il nuovo corso di Renzi, tornato «rottamatore»?
Al ministero dell’Economia, azionista di entrambe, le bocche sono cucite ma l’umore che si percepisce è abbastanza «nero»: l’operazione di Cassa depositi e prestiti viene vissuta da alcuni come una pericolosa forzatura dagli esiti sul piano legale-amministrativo tutti da verificare. D’altra parte in Ferrovie si fa notare che il focus sulla privatizzazione c’è e che nel gruppo di lavoro del Tesoro lavorano uno accanto all’altro presidente e amministratore, malgrado la falsa partenza del «duplex». «L’impressione è che da parte del Mef ci sia un momento di riflessione sulla privatizzazione, un pit-stop » osserva qualcuno dall’interno, come a dire che se l’operazione non procede più spedita non è colpa certo dei vertici delle Ferrovie, ma dall’indeterminatezza circa la strategia da seguire per la quotazione, dossier su cui non si è ancora concentrato il premier. Che però potrebbe farlo molto presto, cominciando proprio col «rinfrescare» i vertici. I nomi dei «papabili» che sono circolati finora sembrano per lo più legati all’attualità: l’uscita di Luigi Gubitosi dalla Rai e quella ormai probabile di Gorno Tempini e Bassanini da Cdp, creano un apparente incastro perfetto.
Del resto il premier ha già saggiato il metodo del «ribaltone» in Anas, dove un manager di lungo corso, come Pietro Ciucci, ha dato le dimissioni dopo aver tentato la resistenza, a seguito delle dimissioni dei due unici altri consiglieri, entrambi di nomina ministeriale. Ma Ciucci era un manager nominato da un altro governo e a un anno dalla propria scadenza, come da un altro esecutivo erano stati scelti i vertici di Cassa depositi. Il ricambio in Ferrovie sarebbe ben più fulminante e peraltro non legato a specifici episodi di cronaca, come quelli che hanno travolto Pietro Ciucci, che ha infilato una malaugurata serie di crolli di viadotti.
Anche per questo ieri in Ferrovie c’era chi teneva a far notare che il servizio regionale, attaccato da Renzi in tv, «è tutt’altro che criticabile»: «Basterebbe chiedere informazioni ai presidenti delle Regioni, a partire dalla Serracchiani (governatore del Pd e vicesegretario del Pd, ndr )» si sottolineava. Ma intanto il treno è partito, e a poco serve il monito di chi fa notare come il metodo Cdp, qualora venisse davvero usato, potrebbe creare problemi anche in Europa, dove la permanenza del suo debito fuori dal perimetro pubblico è sempre sotto osservazione.
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