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Dall’accertamento sintetico solo presunzioni semplici

Ai fini del redditometro il socio si può difendere provando che la manutenzione dei beni è stata sostenuta dalla sua società. Ciò anche perché le presunzioni derivanti dall’accertamento sintetico sono semplici e non hanno valore legale.
Ad affermarlo è la Commissione tributaria provinciale di Treviso con la sentenza 122/05/2013 depositata l’11 settembre 2013, che condivide il recente orientamento della Corte di cassazione al riguardo.
La vicenda trae origine da un accertamento con il quale l’ufficio ha rideterminato sinteticamente il reddito di un contribuente, perché non congruo rispetto all’applicazione dei coefficienti del redditometro per il possesso dell’abitazione, dell’auto e di un mutuo ipotecario.
Il provvedimento è stato impugnato dal contribuente dinanzi alla commissione provinciale, rilevando l’illegittimità della pretesa e giustificando la provenienza del denaro per il mantenimento dei beni “indice”.
Il collegio, preliminarmente, ha osservato che la Suprema Corte, con la sentenza 23554/2012, ha chiarito che le presunzioni derivanti dall’applicazione del redditometro hanno carattere semplice.
I giudici di legittimità, infatti, con la pronuncia citata, hanno evidenziato che l’accertamento sintetico consente di determinare il reddito complessivo del contribuente attraverso l’utilizzo di presunzioni semplici.
Il vecchio redditometro basava sostanzialmente la ricostruzione del reddito su alcuni coefficienti da applicare ai beni a disposizione del contribuente, grazie ai quali era determinato il reddito complessivo.
Le difficoltà maggiori in sede difensiva si sono riscontrate in quanto i valori così determinati non potevano essere oggetto di diversa quantificazione e al contribuente restava il compito di dimostrare la provenienza di una liquidità almeno in egual misura.
I giudici di Treviso, rilevando la mera valenza di presunzione semplice, hanno precisato che il ricorrente può fornire giustificazioni per destituire di fondamento i valori determinati dall’applicazione dei coefficienti.
Entrando poi nel merito della pretesa, la Commissione rileva che il contribuente ha dimostrato che l’autoveicolo era stato concesso in comodato alla società della quale era socio. L’ufficio, al riguardo, aveva evidenziato che il contratto di comodato era privo di data certa.
Tuttavia i giudici, condividendo la tesi difensiva, hanno sottolineato che il ricorrente ha prodotto delle fatture dalle quali si evince che le spese per il mantenimento del mezzo erano state sostenute dalla società stessa e non dal socio.
La documentazione prodotta, tra l’altro, non è stata disattesa dall’ufficio e pertanto poteva essere valido supporto per la decisione del giudice.
Il chiarimento appare interessante in quanto spesso l’agenzia delle Entrate imputa la quota non deducibile dal reddito degli autoveicoli alla persona fisica e, su questo valore, determina il maggior reddito.
Con questa interpretazione giurisprudenziale ciò che assume rilevanza, invece, è esclusivamente l’effettivo sostenimento della spesa a prescindere dalla deducibilità o meno del costo.
Nel caso specifico, infatti, è stata la società a pagare quanto necessario per il mezzo e, pertanto, nessuna spesa poteva essere imputata al contribuente.
È stato poi documentato in atti l’incasso di una polizza di assicurazione e la cessione di altri titoli. Queste somme, aggiunte al reddito dichiarato, possono ben giustificare il mantenimento dell’abitazione e il sostenimento delle rate del mutuo.
In conclusione, dunque, a parere del collegio, il ricorrente ha fornito prova di aver conseguito, nell’anno oggetto di controllo, più che sufficienti entrate per giustificare il possesso dei beni presi in considerazione dall’ufficio.

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