Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

«Dalla nuova Pa il 70% dell’effetto-riforme sul Pil atteso dal Recovery»

«Al la riforma della Pa è attribuibile circa il 70% dell’effetto delle riforme strutturali atteso dal Pnrr. Non è più tempo per la Pubblica amministrazione del posto fisso e delle rendite di posizione: abbiamo bisogno di civil servant valorizzati, motivati e ben pagati». Nella sua seconda esperienza alla guida dell’amministrazione pubblica Renato Brunetta ha in mano l’ingranaggio centrale nella macchina del Recovery Plan, che punta a curare l’economia del Paese dalla sua duplice patologia: quella acuta della crisi pandemica, e quella cronica dei vent’anni di stagnazione. Nel governo, non solo per la consuetudine fra i due, si è creata subito una linea diretta fra il titolare di Palazzo Vidoni e il premier Draghi, che alla Pa ha dedicato uno dei primissimi atti con il Patto di Palazzo Chigi il 10 marzo. E,che ha definito quella della Pa la «madre delle riforme» perché da lì passa la possibilità di attuare davvero il Recovery.

Ministro, il dibattito sul Pnrr finora non ha abbandonato le classiche battaglie di bandierine politiche. Non è un problema?

In effetti l’opinione pubblica e l’intero establishment italiano tarda ad accorgersi del cambio di scenario. Finora l’Europa è stata dominata da Angela Merkel. Ora se ne va. L’ultimo suo atto importante è stata la promozione del Recovery Fund, che introduce con forza l’idea della mutualizzazione dei debiti sovrani, rendendoli un po’ meno sovrani e strappando l’Italia dalla sua solitudine abbastanza disperata. È stato il momento Merkel. Ora è il momento Draghi. Sta già prendendo le redini dell’Unione. All’estero, basta leggere la stampa internazionale, ne stanno prendendo consapevolezza. Sarà il caso che il piccolo mondo antico del nostro Paese, la famosa Italietta, getti via la maschera dell’autodenigrazione.

Oltre all’Italietta c’è però un Parlamento chiamato a gestire un piano di riforme ambizioso. Ci sono le condizioni?

Assolutamente sì. Bisogna rispettare la democrazia parlamentare con tanta determinazione e altrettanta pazienza. Certo, il percorso si complica, ma sarei più preoccupato se il Parlamento non ci fosse. Nessuno deve dimenticare le bare di Bergamo e la disperazione che ha pervaso il Paese. E con questa consapevolezza il Parlamento è un valore aggiunto: la voce del Paese. Lo stesso accade con Comuni, Province, Regioni. Una grande riforma richiede grande capacità di ascolto.

Ma al di là delle petizioni di principio, il Pnrr è in grado di guidare questo cambio di passo?

Sì perché segna una cesura con il passato a livello di metodo, di strumenti e di visione. È un piano che aggredisce le nostre debolezze strutturali e su questa “aggressione” innesta un programma di investimenti agganciato a un preciso e dettagliato cronoprogramma.

La Pa ha all’attivo più riforme negli ultimi 20 anni. Una porta il suo nome. Perché questa volta dovrebbe essere diverso?

Circa il 70% dell’effetto totale stimato nel Pnrr dalle riforme strutturali è attribuibile alla riforma della Pa. La vera novità è che si tratta di una riforma a livello non solo normativo, ma anche organizzativo e di investimenti: in tecnologie, persone e assistenza tecnica. Solo una Pa riformata a tutti i livelli, nazionale e locale, può garantire la selezione e la messa a terra efficiente degli investimenti. È una consapevolezza che non tutti sembrano avere: da un lato si reclama una Pa che funzioni, dall’altro si attivano solerti grumi di conservazione ogni volta che si provano ad affrontare con serietà le strozzature e le farraginosità. Ma adesso non abbiamo più alibi.

Molti di questi grumi circondano il pubblico impiego. Come li si affronta?

Abbiamo scelto di centrare la riforma sulle persone, cioè sulla qualificazione del lavoro pubblico. Occorre ripartire dalle competenze per favorire l’ingresso nella Pa delle «professioni del futuro» e rendere l’amministrazione attrattiva per la Next Generation Eu. La nuova Pa deve essere catalizzatore della crescita e credibile opportunità di crescita umana e professionale per i giovani, i più penalizzati dalla pandemia.

Però è bastato un articolo che riforma i concorsi inserito nel decreto Covid per scatenare la polemica su meccanismi accusati di penalizzare i giovani.

La riforma porta i concorsi dall’800 alla modernità poggiando su tre assi: digitalizzazione, semplificazione e decentramento. È una rivoluzione, che punta a ridurre i tempi delle selezioni, ma anche a restituire valore allo studio rispetto all’esercizio mnemonico dei quiz. Voglio rassicurare i giovani. La discrezionalità delle amministrazioni era ed è limitata dal rispetto di un principio: la valutazione dei titoli deve essere proporzionale al livello di specializzazione del posto messo a concorso, da definirsi nei bandi. Lo chiariremo presto.

Il Recovery però richiede anche forme straordinarie di reclutamento. Quali?

Prevediamo programmi dedicati agli alti profili, corsie veloci per selezionare gli specialisti, un pool di esperti multidisciplinari per il supporto tecnico alle amministrazioni centrali e locali per l’attuazione del Piano, e l’ampio utilizzo dei contratti di formazione-lavoro. Il lascito strutturale del Pnrr sarà una «piattaforma unica del reclutamento», che diventerà il luogo di riferimento per la selezione dei dipendenti pubblici, lo spazio dove si incroceranno i fabbisogni degli enti con la domanda di lavoro e dove si costruirà la «banca dati dei profili individuali». L’obiettivo chiave è quello di affidare la gestione del cambiamento a nuovi interni alla Pa, invece che a consulenti esterni.

La Pa rinnovata dovrà però anche essere semplificata. Su che cosa punterà il decreto?

Il decreto sulle semplificazioni più urgenti sarà il primo provvedimento di accompagnamento al Pnrr, e va approvato entro maggio. Il Governo interverrà sulle misure generali di accelerazione dei procedimenti, anche con un rafforzamento del silenzio-assenso e con la perentorietà di alcuni termini; sulle semplificazioni ambientali e in particolare della Via; sulle criticità del 110%; sugli interventi per accelerare la transizione digitale e per ridurre i tempi dei pagamenti. Torneremo a insistere sulla class action pubblica, perché i cittadini possano pretendere la corretta erogazione di un servizio. Ho voluto questo strumento nel 2009, lo ritengo tanto più necessario adesso. Esattamente come Linea Amica, il servizio di assistenza e ascolto pronto a ripartire in chiave digitale. Ci sono aziende come la mitica Ducati con una struttura dedicata a raccogliere da tutto il mondo le segnalazioni dei clienti per migliorare il prodotto. La Pa deve fare la stessa cosa.

Anche in fatto di semplificazioni i precedenti non mancano. Ma mancano i successi.

Infatti abbiamo cambiato metodo. C’è stato un lavoro istruttorio a tutto campo. Le proposte che abbiamo inviato a Palazzo Chigi sono il frutto di un’analisi della cultura e delle esperienze della semplificazione italiana, del confronto serrato con gli altri ministeri e della consultazione di tutti gli stakeholder, che sarà permanente. Proprio la consultazione ci permette di individuare un set delle 200 procedure più critiche su cui intervenire, che diventeranno 600 a fine Piano. Prevediamo un programma e una legge annuale di semplificazione, come per la concorrenza. La reingegnerizzazione sarà sistematica sui procedimenti su attività produttive ed edilizia per arrivare a un catalogo delle procedure. Gli interventi urgenti saranno accompagnati dalla messa a disposizione di task force multidisciplinari di mille esperti, coordinate a livello regionale. E standard tecnici di interoperabilità realizzeranno il principio «once-only»: se cittadini e imprese hanno già fornito le loro informazioni a un’amministrazione, non devono produrle più. Senza semplificazione è destinata a fallire anche la digitalizzazione.

Intanto partono le trattative sui contratti per le Funzioni centrali. Lì dov’è la novità?

I contratti devono essere la leva per l’innovazione. Con le Funzioni centrali, partiranno subito anche le trattative per la sanità, appena arriverà l’atto di indirizzo dalle Regioni. Uno dei temi centrali sarà lo Smart Working. È pronta una norma per superare le rigidità sin qui vigenti e introdurre la flessibilità coerente con la fase di graduale riavvio delle attività produttive e commerciali che stiamo vivendo. Ma il ruolo chiave spetta al contratto. Dobbiamo ancorare il lavoro agile alle esigenze degli uffici e assicurare la regolarità, la continuità e l’efficienza dei servizi, migliorando la soddisfazione di cittadini e imprese. Nessun passaggio traumatico, ma un percorso di ritorno alla normalità, concordato con il Cts. Con questo governo credo sia iniziata una fase nuova. Il «momento Italia». E non durerà un istante se sapremo trasformare questa fase di emergenza in un investimento per il futuro.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Dopo Google, anche Facebook firma un accordo che apre la strada alla remunerazione di una parte del...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Se lavori, niente assegno di invalidità. Lo dice l’Inps nel messaggio 3495 del 14 ottobre scorso...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ripensare, allungare, integrare Quota 102-104, eredi di Quota 100, per anticipare la pensione: tutt...

Oggi sulla stampa