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Dalla mediazione non è possibile svicolare

Alla mediazione non si sfugge. Tre recentissime note giurisprudenziali evidenziano come il procedimento di mediazione sia accompagnata da un articolato apparato sanzionatorio finalizzato a indurre le parti ad avviare e a partecipare correttamente alla procedura stessa.

Tribunale di Pavia. Con sentenza (sez. III civile, 20 gennaio 2017) il tribunale ha affermato che nel caso in cui ci si fermi all’incontro preliminare informativo nella mediazione non si potrà considerare realizzata la condizione di procedibilità e nel caso di decreto ingiuntivo questo diventerà definitivo se la parte onerata non ha partecipato alla procedura senza un motivo valido. I giudici di Pavia hanno altresì evidenziato come la mediazione sia procedura riservata, in buona misura orale e, per molti aspetti informale. Trattasi di un c.d. «protocollo debole» contrapposto a un «protocollo forte», rappresentato dalle formalità e dalle sanzioni del processo civile. Tuttavia, l’informalità della mediazione riguarda solo il termine non perentorio di 15 giorni per l’avvio della mediazione (cfr. Corte di Appello di Milano 28/6/2016) e l’informalità nell’indicazione dell’oggetto della mediazione che, specie nelle mediazioni demandate, non può che corrispondere a quello del giudizio. Nel caso specifico emergeva che la mediazione si era fermata all’incontro preliminare, in quanto il difensore della parte chiamata dichiarava che il liquidatore della società era nell’impossibilità di partecipare alla mediazione.

Avvocato generale Corte Ue. Anche nelle controversie tra consumatori e professionisti la mediazione è obbligatoria: lo ha affermato l’Avvocato generale della Cgue (conclusioni, 16 febbraio 2017, causa C-75/16). Il tribunale di Verona veniva investito dell’opposizione, proposta da due consumatori, a un’ordinanza d’ingiunzione di pagamento ottenuta nei loro confronti da un istituto di credito. L’Avvocato ha evidenziato come l’articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2013/11, letto alla luce dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera h), della stessa, obbliga ciascuno Stato membro a garantire, per qualsiasi controversia rientri nel campo di applicazione di detta direttiva e coinvolga un professionista stabilito nel suo territorio, l’accesso da parte dei consumatori ad (almeno) un organismo extragiudiziale che presenti le qualità richieste dalla medesima direttiva e sia inserito nell’elenco nazionale redatto ai sensi dell’art. 20, par. 2, di quest’ultima. La direttiva 2013/11 è destinata a garantire al consumatore l’accesso, nell’intera Unione, a procedure Adr rispondenti a determinati requisiti di qualità armonizzati al fine di presentare reclamo nei confronti del professionista. Tali procedure devono essere «indipendenti, imparziali, trasparenti, efficaci, rapide ed eque». Detta direttiva non mira affatto, al di là di tale obiettivo, a garantire l’unicità o l’uniformità delle modalità di siffatte procedure nell’ambito di un medesimo Stato membro per tutte le controversie dei consumatori. Questa conclusione deriva parimenti dal carattere minimo dell’armonizzazione operata dalla direttiva 2013/11, quale si inferisce dall’art. 2, par. 3, della stessa. La disposizione non può essere interpretata nel senso di vietare agli Stati di subordinare la ricevibilità di una domanda giudiziale proposta da un consumatore al previo ricorso a una procedura Adr.

Tribunale di Napoli Nord. Con l’ordinanza interlocutoria dello scorso 30 gennaio, il tribunale ha rilevato che l’art. 5, comma 1-bis, dlgs n. 28/10, che impone al giudice di assegnare alle parti il termine per la presentazione della domanda di mediazione e fissare la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art. 6, si applica soltanto al caso in cui la mediazione è già iniziata, ma non si è ancora conclusa e al caso in cui essa non è stata affatto esperita, ma non anche alla diversa ipotesi in cui la mediazione è stata introdotta e definita, ma in violazione delle prescrizioni che regolano il suo corretto espletamento.

Maria Domanico e Angelo Costa

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