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Dalla Corte Ue limitazioni al «turismo del welfare»

La Corte europea di Giustizia del Lussemburgo ha confermato ieri in una attesa sentenza, politicamente significativa, che un cittadino dell’Unione senza una occupazione non può chiedere di beneficiare di aiuti sociali in un paese terzo nel quale risiede. La decisione giunge mentre alcuni paesi – tra cui il Regno Unito – vogliono mettere un freno al turismo del welfare e alla libera circolazione delle persone tra i Ventotto, in un contesto di incertezza economica e fragilità politica.
Due persone di nazionalità rumena, madre e figlio, si sono viste negare le prestazioni assicurative di base dal Jobcenter Leipzig, e hanno fatto ricorso dinanzi a un tribunale locale. Alle autorità tedesche, la madre risulta non avere una occupazione, non cercare lavoro e non possedere particolari qualifiche professionali. Il tribunale sociale di Lipsia si è quindi rivolto ai giudici europei che hanno preso una decisione sulla base della direttiva denominata “Cittadino dell’Unione”.
Nella sentenza, la Corte ricorda che durante i primi cinque anni del soggiorno all’estero la direttiva stabilisce una serie di regole. Il paese ospitante deve garantire il diritto al soggiorno «a condizione che le persone economicamente inattive dispongano di risorse proprie sufficienti». Precisa il tribunale: «Si intende in tal modo impedire che cittadini (…) economicamente inattivi utilizzino il sistema di protezione sociale dello Stato ospitante per finanziare il proprio sostentamento».
Elisabeta Dano e il figlio Florin abitano in Germania dal novembre 2010, quindi da meno di cinque anni. «La Corte statuisce che la signora Dano e suo figlio non dispongono di risorse sufficienti e non possono pertanto rivendicare il diritto di soggiorno in Germania in forza della direttiva Cittadino dell’Unione», si legge nel comunicato pubblicato ieri a Lussemburgo. Il tribunale precisa che una decisione nel merito spetta al tribunale nazionale.
La presa di posizione giunge mentre alcuni paesi stanno rivedendo le loro regole sul fronte dell’immigrazione. In Germania c’è un acceso dibattito sull’accesso degli stranieri, anche europei, al generoso sistema di welfare state; mentre il premier inglese David Cameron si è detto pronto a limitare il numero di ingressi nel paese, provocando la viva reazione di molti vicini. In questo senso, la sentenza di oggi ha un evidente peso giurisprudenziale, ma anche un chiaro significato politico.
«Una cosa messa in luce dalla sentenza è che la libertà di movimento, come hanno detto il premier e altri, non è un diritto indiscusso», ha spiegato un portavoce di Downing Street. Il Bundestag tedesco ha approvato in prima lettura modifiche alla legge sull’immigrazione. Tra queste, l’obbligo per un cittadino europeo dopo sei mesi di residenza senza un lavoro di dimostrare di avere «una possibilità ragionevole» di trovare un’occupazione. Non è chiaro come la norma possa essere applicata in concreto.
A Londra come a Berlino, la scena politica è segnata dalla crescita dei partiti più radicali: lo UKip e Alternative für Deutschland, spesso anti-immigrazione. La Germania vuole difendere la libera circolazione delle persone, ma al tempo stesso evitando frodi ai danni del suo welfare state. Tra il luglio 2013 e il luglio 2014, il numero di rumeni e bulgari con un lavoro in Germania è salito da 164mila a 253mila. Di questi, coloro che beneficiano di aiuti sociali sono aumentati da 38 a 66mila.
Secondo alcuni osservatori, la sentenza del tribunale europeo rafforza la posizione di coloro che vogliono introdurre freni e ostacoli alla libera circolazione delle persone. Altri, invece, fanno notare che la decisione non fa che confermare come le attuali regole comunitarie siano sufficienti per evitare eventuali comportamenti dolosi. Da Berlino, Karl Schwierling, portavoce del ministero del Lavoro tedesco, ha commentato: «La sentenza offre chiarezza legale e protegge il nostro sistema previdenziale».

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