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Dalla Cina traino all’export di qualità

di Fabrizio Galimberti

Dove aggrapparsi per ritrovare le vie della crescita? Nel medio-lungo periodo ci vogliono le famose riforme, più o meno strutturali. Ma nel breve periodo ci dobbiamo affidare allo stellone, che nella fattispecie consiste nel traino delle altre economie cui siamo legati col filo doppio degli scambi internazionali.
E quali sono queste economie? Come si sa, la parte del mondo che non ha smesso di crescere è quella dei Paesi emergenti, specialmente in Asia. Ed è quindi giusto che il presidente del Consiglio Mario Monti giochi sui due tavoli delle riforme e della promozione della nostra immagine all'estero. Questo viaggio in Asia, dopo la breve tappa nel Kazakhstan (dove abbiamo grossi interessi in materia di gas), tocca Cina, Giappone e Sud-Corea. Tre Paesi chiave e tuttavia diversi, dove la nostra presenza sta crescendo e i mercati di sbocco sono cruciali.
La Cina, fortunatamente per i produttori occidentali in generale e italiani in particolare, sta cambiando il suo modello di sviluppo, dando la priorità alla domanda interna. La rapidità con la quale anni di espansione a tassi a due cifre (o vicini alle due cifre) hanno creato una classe media che si può permettere livelli occidentali di consumo, è impressionante. L'esperienza storica ci dice che esiste una soglia di reddito oltre alla quale una famiglia si può «improvvisamente» permettere beni di consumo, durevoli o non durevoli, diversi dal passato; talché, raggiunta quella soglia, la domanda esplode in modi più che proporzionali. L'Italia è ben posizionata per fornire i prodotti di alta qualità cui «aspirano», se non i nuovi ricchi, le nuove classi medie che ingrossano l'immenso mercato di sbocco cinese. Ci sono segni, come si vede dal grafico, che il nostro interscambio con la Cina si avvia a ridurre l'enorme squilibrio di prima. Anche se nei primi due mesi di quest'anno sia l'import che l'export da e verso il Celeste impero sono regrediti, il saldo commerciale è migliorato; e il confronto con l'anno di inizio della crisi (il 2007) ci dice che l'export verso la Cina è cresciuto molto più velocemente dell'import. Un'altra conferma, se ce ne fosse bisogno, che la concorrenza cinese non si batte col protezionismo ma con l'attesa paziente di una maggiore capacità di assorbimento di quel mercato interno legata al crescente benessere.
Per il Giappone i miglioramenti nel nostro interscambio sono rimarchevoli. Per la prima volta da molto tempo abbiamo addirittura registrato, l'anno scorso, un avanzo commerciale col Paese del Sol levante. E nei primi mesi di quest'anno l'avanzo si va ulteriormente ampliando. Parte del miglioramento è dovuto alle devastazioni sofferte dal Giappone con i disastri naturali della primavera scorsa, che hanno diminuito produzione ed export (il nostro import), ma anche le nostre esportazioni hanno fatto la loro parte, come si vede dal grafico.
Anche in Corea, come in Cina e in Giappone, dall'inizio della crisi il nostro export è aumentato più rapidamente dell'import. I forti disavanzi commerciali della metà del decennio passato sono dimenticati, e anche se il miglioramento degli ultimi anni deve molto alla Grande recessione (nel 2009 abbiamo registrato un avanzo), la linea di tendenza è strutturale e vede una crescente penetrazione del nostro export.
Ma il viaggio del presidente Monti non riguarda solo le grandezze «sopra la linea», cioè le transazioni commerciali fra noi e i Paesi asiatici. Riguarda anche, e forse soprattutto, i flussi «sotto la linea» e in particolare, fra i movimenti di capitale, gli investimenti diretti e gli investimenti in titoli pubblici italiani. Abbiamo bisogno sia dei primi che dei secondi. Abbiamo bisogno di investimenti diretti perché creano occupazione e contribuiscono a una interpenetrazione di culture manageriali e di tecniche produttive che è essenziale per tener testa all'ondata globalizzante che sta lentamente sostituendo il «Made in…» in un «Made in the World». Le catene di offerta si vanno allungando e ispessendo e per sopravvivere l'Italia deve farne parte, non solo come delocalizzazione di imprese italiane all'estero ma anche come delocalizzazione di imprese (o fasi produttive) estere in Italia.
Per quanto riguarda gli investimenti stranieri in titoli pubblici italiani, ne abbiamo bisogno per ragioni che sarebbe ozioso sottolineare. E le immense riserve valutarie dell'area asiatica possono opportunamente diversificarsi in favore dell'Italia. Comune, naturalmente, sia agli investimenti diretti che a quelli finanziari, è la questione della fiducia. Il nostro Paese deve offrire un volto diverso da quello del passato, sia per quanto riguarda la capacità di attrazione di insediamenti – leggi semplificazioni e riforme del mercato del lavoro – sia per quanto riguarda l'affidabilità dei nostri conti pubblici. Su ambedue i fronti ci sono progressi e il compito non facile di Mario Monti sta nel convincere i suoi interlocutori che i progressi sono veri e duraturi.

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