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«Dalla cessione del 30% di Poste atteso un incasso di due miliardi»

Due audizioni, quasi in simultanea, nei due diversi rami del Parlamento. Ma il tema è identico: lo schema di Dpcm, approvato dal governo agli inizi di giugno e ora al vaglio delle Camere, che fissa i criteri per la cessione sul mercato di un ulteriore pacchetto di Poste (il 29,7%) – dopo il collocamento in Borsa, a ottobre, di un 35% e dopo il conferimento, appena archiviato, del 35% del capitale a Cassa depositi e prestiti -, a valle del quale il Mef uscirà completamente dall’azionariato di Poste, mantenendo però un controllo indiretto attraverso la Cassa. Così ieri, intervendo in contemporanea a Montecitorio e a Palazzo Madama, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il numero uno della società dei recapiti, Francesco Caio, hanno rimarcato i termini e gli obiettivi dell’operazione, a cominciare dal possibile incasso per lo Stato. «L’introito derivante dalla dismissione delll’ulteriore quota di Poste, sulla base delle recenti quotazioni – spiega Padoan in commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera – potrebbe aggirarsi intorno ai due miliardi. L’operazione di collocamento in esame assolverebbe all’obiettivo di attivare risorse significative da destinare alla riduzione del debito, mantenendo comunque il controllo dello Stato sulla società».
Spetta, quindi, al numero uno di?Poste, Francesco Caio, ascoltato nelle stesse ore in Senato dalla commissione Lavori pubblici, rassicurare quanti temono che, dietro il nuovo step, si nasconda uno spacchettamento societario. «Abbiamo letto – sottolinea il top manager – che esiste una preoccupazione di alcune parti sociali circa la possibilità di spezzatino dell’azienda nel processo di un’ulteriore vendita sul mercato. Questo non è nei piani del management approvati dal consiglio e dall’assemblea», chiarisce l’ad non prima di aver ribadito «che ci troviamo nell’alveo di un piano industriale che ha fatto dello sviluppo inclusivo la propria “raison d’etre”, ci muoviamo con un’azienda integrata».
Insomma, non ci saranno stravolgimenti di sorta. Né, puntualizza Padoan incalzato dai deputati, il conferimento a Cdp (e la successiva cessione sul mercato di una ulteriore quota), «modifica la garanzia dello Stato sul risparmio postale, né i termini della convenzione Cdp-Poste, dal momento che il controllo non muta e resta nelle mani dello Stato». Il perché lo rimarca lo stesso ministro. «La partecipazione in Poste che sarà trasferita a Cdp non potrà essere ceduta né essere oggetto di alcuna disposizione da parte della stessa Cdp senza il preventivo assenso del ministero; inoltre il ministero fornirà a Cdp le istruzioni di voto in assemblea sia ordinaria che straordinaria». In altri termini, precisa ancora Padoan, «il ministero conserverà i poteri di governo su Poste, replicando la struttura di governance già presente per Eni». Un precedente, quest’ultimo, che Padoan evoca anche in un secondo momento, insieme ai casi di Enel e Finmeccanica, per chiarire «che la quota del 35% conferita a Cdp (nella gestione separata, ndr) rappresenta la percentuale di capitale che consente allo?Stato di continuare a detenere il controllo della società indirettamente per il tramite di Cdp in quanto “costituisce la quota di maggioranza relativa e di controllo in presenza di azionariato diffuso sul mercato”», proprio come accade con Eni, Enel e Finmeccanica. E sul potenziale conflitto tra Cdp e Poste, interviene anche Caio: «Il fatto che il meccanismo di controllo e di indirizzo resti in capo al Mef protegge tutti nella filiera da possibili conflitti di interesse».
La ratio dell’operazione, quindi, è chiara. Come pure la possibile “perdita” per le casse dello Stato che Padoan, audito poi nel pomeriggio dalla stessa commissione che aveva “interrogato” Caio, quantifica in 100 milioni «in termini di dividendi. Si può questionare – aggiunge – sul fatto che non ci piace perdere dividendi, questa naturalmente è una valutazione che tiene conto dei costi-opportunità che comunque non indeboliscono in questo caso la capacità di finanziamento sul mercato di Poste proprio grazie alla politica di privatizzazione». Il ministro torna poi a spiegare le ragioni che sottendono le privatizzazioni decise dal Mef. «Gli obiettivi – prosegue – sono la riduzione del debito pubblico, ma è altrettanto importante mettere le imprese, in parte privatizzate ma sotto il controllo pubblico, nelle condizioni di essere esposte alle pressioni positive del mercato in termini di efficenza. E credo che Poste sia un esempio importantissimo per dimostrare questo collegamento». E, a chi ventila il rischio di svendita,?Padoan replica che «non c’è questo pericolo, ma un efficientamento del servizio postale, come dimostrano gli investimenti fatti da Poste. Non c’è una correlazione negativa tra privatizzazione ed efficienza ma positiva, per la maggiore capacità dell’impresa di trovare risorse per gli investimenti», chiosa Padoan.
Ed è poi Caio, in Senato, a rammentare la strategia della società dei recapiti: Poste «ha una sua solidità finanziaria» anche se il servizio postale, spiega il ceo, «è ancora un elemento di forte perdita, ma ci siamo dati l’obiettivo, con la consegna a giorni alterni e il potenziamento della logistica, di riportarlo in pareggio per il 2020: è un obiettivo sfidante ed è importante che rimanga il dialogo con le istituzioni per assicurare che tutti i passi della trasformazione e della riforma vengano fatti in tempo». Una trasformazione, quella di Poste, descritta nel dettaglio nella presentazione che Caio consegna ai senatori e che illustra anche i benefici derivanti dalla privatizzazione della società, rimarcati con forza anche dall’amministratore delegato: «Abbiamo portato l’anno scorso l’azienda in Borsa ed è stata un’operazione sicuramente di successo, indice, secondo me, anche di come si può lavorare bene quando si lavora in sintonia». È stata, rammenta ancora Caio, «la più grande privatizzazione europea del 2015 con oltre 3 miliardi di incasso e soprattutto ha portato a un azionariato diffuso che era uno degli obiettivi del governo». Quanto al “ritorno” del titolo, «l’azione di Poste – chiosa Caio – pur in un contesto estremamente difficile, ha avuto un andamento di circa il 18% migliore dell’indice borsistico italiano».

Celestina Dominelli

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