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Dalla Cassazione un argine al prestito «rifinanziato»

La sentenza n. 695/2015 della Cassazione che ha negato l’applicazione dell’imposta sostitutiva dello 0,25% alle operazioni di rifinanziamento delle imprese (si veda «Il Sole 24 Ore» del 12 febbraio scorso) ha destato un comprensibile disorientamento tra gli addetti ai lavori.
Al polverone sollevatosi dopo che Ctr Lombardia (sentenza 119 del 5 novembre 2009, si veda «Il Sole 24 Ore» del 22 febbraio 2010) aveva deciso così come ora ha deciso la Cassazione nella sentenza 695/2015, l’agenzia delle Entrate aveva risposto rettificando il tiro dei giudici. La risoluzione 121/E/2011 aveva affermato, infatti, che, per applicare l’imposta sostitutiva, non importa che (come sostenuto dalla Ctr Lombardia) il finanziamento sia «destinato a finalità specifiche» ma occorre solamente la ricorrenza di «due condizioni»: la prima, che si tratti di un finanziamento erogato da una banca; la seconda, che si tratti di un finanziamento di durata superiore a 18 mesi.
La questione dunque sembrava sopita; e non è questione di poco conto, in quanto riguarda non solo la sostituzione di finanziamenti a breve termine con finanziamenti a lungo termine che tipicamente viene praticata nelle operazioni di leveraged buy out; ma anche le operazioni di ristrutturazione finanziaria di imprese in crisi, a prescindere quindi da finanza erogata per effettuare acquisizioni.
Invece, la sentenza n. 695/2015 della Cassazione stabilisce che le operazioni di rifinanziamento non meritano l’imposta sostitutiva, ma devono essere percosse con tassazione ordinaria, in quando si tratta di erogazioni non finalizzate a «investimento produttivo».
A parte che è forse il primo caso nella storia nel quale un soggetto (nel caso concreto: lo Stato) afferma di non essere creditore e un giudice invece lo costringe a diventarlo; e a parte che, giudicando nel 2015, la Cassazione non poteva non sapere dell’opinione delle Entrate, espressa alcuni anni prima (ma nella sentenza non ve n’è stranamente il minimo cenno), la sentenza è sbagliata sotto vari profili.
La Cassazione afferma che l’imposta sostitutiva prevista dal Dpr 601/1973 è subordinata alla condizione che il finanziamento erogato sia diretto a un «investimento produttivo». Di questa finalità nel testo di legge invero non c’è traccia: e la risoluzione 121/E/2011 l’ha riconosciuto affermando che, per essere agevolato, un finanziamento bancario deve avere – come già osservato – la sola caratteristica di essere un finanziamento con durata maggiore di 12 mesi.
Anche poi a concedere, per assurdo, che l’imposta sostitutiva abbia un presupposto nel fatto che il finanziamento erogato deve essere destinato a «investimento produttivo», non v’è chi non veda il carattere «produttivo» di un’operazione finanziaria erogata per un acquisizione o erogata per ristrutturare la situazione finanziaria di un’impresa in crisi.
La Cassazione ha commesso (probabilmente per frettolosità) l’errore di applicare alla fattispecie del rifinanziamento le sue passate decisioni adottate con riguardo a una fattispecie ben diversa, e cioè quella della concessione di garanzie per finanziamenti già in essere (e quindi senza erogazione di nuova finanza). Infatti, nelle sentenze 4611/2002, 9930/2008 e 5270/2009, richiamate nella sentenza 695/2015, era stata trattata la questione della rinegoziazione di uno scoperto di conto corrente, e cioè dell’apprestamento di garanzie reali per un debito chirografario di cui veniva dilazionato il rientro.
È in questo contesto che la Cassazione ha elaborato il concetto di finanziamento per «investimento produttivo», e ciò per affermare che, quando non c’è nuova finanza, non c’è un’operazione di finanziamento e ad essa pertanto non si può applicare l’imposta sostitutiva, la quale appunto presuppone l’erogazione di un finanziamento.
Ma è evidente che quando un finanziamento senior sostituisce un finanziamento bridge – erogato a supporto di un leveraged buy out – oppure che quando una situazione debitoria di un’impresa viene rinegoziata con la chiusura delle vecchie posizioni e la loro sostituzione con una nuova erogazione, il concetto di «erogazione di un finanziamento» ben ricorre e, con esso, l’imposta sostitutiva se, come spesso accade, l’operazione finanziaria supera i 18 mesi.
La decisione finisce con il provocare un danno all’impresa protagonista di questa vicenda e, in generale, all’affidabilità del nostro sistema: la sentenza 695/2015 decide, undici anni dopo, facendo saltare qualsiasi pianificazione economica, su un atto di concessione di ipoteca del 2004, per il quale il contribuente giustamente ha stanziato imposte per 1,5 milioni e per il quale invece si trova, contro l’opinione delle Entrate, a doverne pagare 30. Il miglior metodo per dire agli investitori di non fidarsi del nostro ordinamento fiscale e giurisdizionale.

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